RiData

RiData: un instant book per capire il territorio

Con il primo “incontro di cittadinanza” l’attività del progetto RiData è entrata nel vivo. Il gruppo di lavoro, proposto dalla Chiesa di Rieti con alcune realtà civiche, ha potuto verificare l’efficacia dell’attività svolta fino a oggi traendo esperienza per correggere il tiro e rendere più efficace l’azione

Un laboratorio impegnato nell’offrire al contesto locale una fotografia affidabile della realtà: è con fedeltà a questo spirito che il work in progress del progetto RiData ha vissuto il primo degli incontri di cittadinanza previsti. Un appuntamento, quello svolto lo scorso 24 maggio nella sala grande della Casa Buon Pastore, utile per fare il punto sull’economia del territorio, ma anche per mettere meglio a fuoco gli obiettivi e il metodo di lavoro. Non basta infatti raccogliere i dati: dopo averli raffinati, organizzati, resi coerenti, vanno lasciati parlare. Lette insieme, le informazioni collezionate generano nuove domande e necessità di approfondimento. Questioni alle quali solo in parte si può rispondere con altri numeri, perché chiamano soprattutto alla riflessione, a fondare una “visione” delle cose.

Uscire dalla logica del “disco incantato”

Senza questo sforzo, ha chiarito aprendo i lavori padre Mariano Pappalardo, si rischia di dare sempre le stesse risposte mentre il mondo va avanti e le domande cambiano. Una sindrome da «disco incantato» che «riguarda tanto la vita sociale e politica, quanto la nostra vita ecclesiale». Stare ai dati, allora, aiuta a conquistare il giusto “disincanto”, a guardare la fotografia della realtà senza pregiudizi, a prendere semplicemente atto di chi siamo e di come siamo messi per capire anche in quale direzione muoverci.

Una provincia che invecchia

Non a caso, il primo incontro è stato centrato su economia e demografia. Il periodo preso in esame è stato quello tra la grande crisi economica del 2008 e il biennio 2017-2018. L’indagine è stata completamente condotta a partire da fonti ufficiali. I dati locali sono stati messi in relazione con quelli nazionali e non è mancato il confronto con le realtà simili per conformazione del territorio e densità di abitanti come quelle di Sondrio e Matera. Lo sguardo d’insieme, presentato da Roberto Morea, mostra una provincia abbastanza stabile come numero di abitanti. Nel periodo considerato si registra un incremento da 153mila a 157mila persone. È però significativa la mutazione nella composizione demografica: diminuiscono i giovani e crescono gli anziani. I tassi di natalità sono in calo e inferiori rispetto alla media regionale e a quella nazionale, mentre l’indice di vecchiaia è ampiamente al di sopra.

Anche i dati dell’occupazione, che letti in modo aggregato sembrano sostanzialmente immobili, hanno una loro dinamica interna. Tra alti e bassi gli occupati totali nella provincia sono aumentati in dieci anni di quasi 3000 unità. In particolare, crescono i lavoratori dipendenti e diminuiscono quelli autonomi, ma in rapporto al totale della popolazione il tasso di disoccupazione – pur avendo recuperato qualcosa rispetto al picco negativo del 2015 – fa oggi segnare quasi 4 punti in più rispetto al 2008, restando peraltro sempre al di sopra della media nazionale. Un dato tanto più rilevante se si restringe il campo alla disoccupazione giovanile, passata dal 23,4% del 2008 al 44,3% del 2018.

Cambiamenti in corso

Continuando a disaggregare i dati sull’occupazione si hanno poi alcune sorprese. Oltre che nel rapporto tra lavoratori autonomi e dipendenti, sono rilevabili dinamiche interne ai diversi settori produttivi. In 10 anni si è contratta l’industria e la cronaca ne ha dato conto attraverso le tante vertenze aperte. Meno percepita sembra invece la tendenza negativa in campo agricolo che nel 2018 si attesta appena sopra alla media regionale e al di sotto di quella nazionale. Nell’arco di un decennio gli occupati nel settore primario sono scesi da 2.900 a 1.800 e quelli della manifattura da 16.600 a 12.900. Si è contratto anche il settore delle costruzioni, sceso da 7.200 a 5.800 addetti. A crescere è invece il settore dei servizi che a partire dal 2008 ha guadagnato 5.100 addetti. Ad oggi conta 43.700 occupati, dei quali quasi 11.000 lavorano tra commercio, alberghi e ristoranti.

Dalle difficoltà alle opportunità

Tutte queste dinamiche, ovviamente, devono poggiare i piedi sulla realtà concreta del territorio. Per questo motivo Francesco Peluso, per conto dell’associazione Next Rieti, ha proposto un approfondimento sul tema delle infrastrutture. Non quelle materiali, sulla cui carenza c’è una consapevolezza diffusa, ma su quelle digitali, che oggi rappresentano una importante opportunità di sviluppo. Nello studio Polis 4.0 si indicizza “l’intelligenza” delle città italiane attraverso quattro indicatori: le infrastrutture (strade, ferrovie ecc..), la presenza di sensori per raccogliere informazioni, le piattaforme che le amministrazioni mettono a disposizione dei cittadini, l’applicazione dei dati disponibili nei servizi (mobilità, scuole…). Come accade anche per altre graduatorie, Rieti si ferma in fondo alla classifica. Ma questo arretramento può essere letto anche in chiave positiva. Perché se da un lato città e provincia fanno registrare costanti debolezze, altrettanto stabili sono i loro punti di forza, come la qualità dell’ambiente, dell’aria e delle acque, o il basso tasso di criminalità.

Un punto di fuga positivo

Si intravede allora un possibile percorso: uscire dall’immobilità per unire al benessere “analogico” dell’ambiente quei servizi e quelle competenze digitali che oggi mancano. Partendo dal fondo della classifica si può fare delle infrastrutture digitali un elemento di riscatto e crescita economica, un’apertura alla modernità che non contrasta con la vocazione ambientale del territorio, ma pone le basi per la nascita di nuove imprese o la creazione di nuovi servizi ai cittadini. L’opzione potrebbe rilanciare anche il settore agricolo. Nonostante la contrazione degli occupati e le piccole dimensioni, la provincia è ad oggi la sesta per presenza di imprese certificate “Bio”. Un dato in qualche modo certifica quella che è una vocazione del nostro territorio, un’eccellenza sulla quale si potrebbe puntare anche in chiave 4.0.

Chi va e chi viene

Tutto è possibile, ovviamente, se abbiamo consapevolezza di come siamo fatti: di come si muove la popolazione, di quali aree si vanno spopolando e quali invece crescono. Durante l’incontro di cittadinanza del 24 maggio si è dunque andati ad approfondire l’andamento demografico della provincia grazie al lavoro fatto da Daniele Rinaldi di Nome Officina Politica, che ha offerto un’immagine puntuale dei saldi tra nascite e decessi suddividendo la provincia in sei aree parzialmente sovrapponibili alle zone pastorali della diocesi: Montepiano reatino, Cicolano, Valle del Velino, Amatriciano, Leonessano, Valle del Turano e area sabina. Ma al di là dei criteri, il tratto emergente è che pochissimi comuni nella nostra provincia aumentano la propria popolazione in modo significativo: sono il capoluogo e Fara in Sabina, ma anche Poggio Mirteto e Stimigliano.

Uno sguardo ai redditi

Un vantaggio demografico che di sicuro richiederà al gruppo di RiData un ulteriore approfondimento, come pure a un altro indicatore: quello dei redditi della popolazione. Sempre Daniele Rinaldi ha infatti indagato questo aspetto attraverso l’imponibile Irpef dei cittadini, presentando poi i dati di tre comuni campione: Rieti, Antrodoco e Fara in Sabina. A soffermarsi sul capoluogo (ma il fenomeno ha il carattere della tendenza generale), si rileva che il reddito complessivo è variato di poco, facendo registrare una lieve crescita. Colpisce invece la dinamica delle singole fasce di reddito, che vede in paricolare quelle più alte salire e quelle più basse scendere. Un fenomeno da analizzare perché non è chiaro se corrisponde a un allargamento della forbice sociale, a un miglioramento di vita delle fasce popolari della cittadinanza o a fattori ancora diversi.

Demografia delle imprese

Dopo quella residenziale ed economica, è stata un’altra demografia a chiudere l’esposizione dei dati al primo incontro di cittadinanza del gruppo RiData. Con l’aiuto della direttrice della Cna di Rieti, Enza Bufacchi, si è infatti portato lo sguardo sulle imprese e in particolare su quelle artigiane. La variazione 2008 – 2018 è quasi insignificante dal punto di vista numerico: da 15.172 a 15.221, e se forse il dato è alterato dall’istituzione nel 2017, nei 15 Comuni del cratere, della Zona Franca Urbana. I dati nel dettaglio confermano quanto era già emerso dall’analisi generale degli occupati: anche a livello di imprese la mobilità interna al sistema produttivo vede accrescere le imprese nei settori legati ai servizi, alla ristorazione, alla ricettività, a scapito di agricoltura e manifatturiero.

Il ruolo dell’imprenditoria femminile e degli stranieri

È però interessante rilevare che nel complesso il piccolo saldo positivo tra aziende nate e chiuse tra il 2008 e il 2018, sia dovuto soprattutto alle imprese femminili, che peraltro rappresentano quasi un terzo del totale: 4.125 (erano 4.066 nel 2008) su 15.236. Aumentano significativamente anche le imprese guidate da stranieri, comunitari e extracomunitari, che passando da da 777 a 1241, fanno registrare una crescita del 60%.

La crisi dell’artigianato

Dai dati si evince che a soffrire in modo particolare è il settore dell’artigianato. Le ragioni sono molteplici, e si fa fatica a districarsi tra di esse: industrializzazione progressiva, globalizzazione, digitalizzazione, crisi finanziaria poi divenuta economica, nel caso di Rieti anche il terremoto. Ciò detto, nel panorama locale delle imprese artigiane non mancano vere e proprie eccellenze, che dimostrano che alcuni degli elementi che hanno determinato la crisi non sono ineluttabili. Sono quelle che hanno collocato i loro prodotti e servizi in un segmento di mercato di qualità, di alta gamma. Sono imprese che hanno accolto la sfida della digitalizzazione, che impiegano molto tempo nella formazione, per acquisire le competenze necessarie per soddisfare le esigenze dei clienti.
Piccoli, preziosi, segni di speranza che funzionano da esempio.

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