Religiose

Un «abbraccio in mezzo alla vita di ogni giorno». Suor Paola ha detto il suo “sì” per sempre

Grande gioia, per la comunità delle tante consorelle convenute ad Antrodoco per accompagnare la professione solenne di suo Paola Maggiore

È nella giornata dedicata alla Croce di Gesù che suor Paola Maggiore ha pronunciato il suo “sì” per sempre a colui che l’ha chiamata come sposa. La solenne cerimonia di sabato scorso con cui, nel duomo di Antrodoco, la giovane religiosa palermitana ha emesso i voti perpetui nella congregazione delle Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo era avvolta nel clima della festa liturgica dell’Esaltazione della santa Croce. Richiamo all’amore totale donato: la croce, infatti, ha detto nell’omelia il vescovo Domenico, «non è un amuleto da ostentare, come nei decolté delle donne o come brandiscono taluni uomini pubblici, e nemmeno un tormento da censurare. Piuttosto è il segno di una metamorfosi dal dolore all’amore».

Il pastore della Chiesa reatina è giunto volentieri a impartire la benedizione sull’impegno di definitiva consacrazione che suor Paola ha pronunciato nelle mani della madre generale del giovane istituto nato in Brasile, che negli ultimi anni si è diffuso anche in Italia e dal 2014 svolge il suo servizio nella comunità parrocchiale antrodocana, dove le suore – in parte brasiliane, in parte italiane – hanno rimpiazzato le Figlie di Sant’Anna che per tanti anni avevano costituito la presenza religiosa femminile nel paese ai piedi del Monte Giano.

Proprio a un celebre simbolo religioso brasiliano, la statua del Cristo Redentor che dalla cima del monte Corcovado si erge sulla baia di Rio de Janeiro, ha voluto far riferimento monsignor Pompili per richiamare il senso di questa «metamorfosi dal dolore all’amore»: tale famosa immagine, ha detto il vescovo, con le sue braccia allargate a indicare un abbraccio di amore per tutto il mondo, è divenuta «una sorta di simbolo verso tutti si guarda attoniti».

E «dal desiderio di reincarnare quell’abbraccio in mezzo alla vita di ogni giorno» nasce la vocazione di suor Paola, ha proseguito don Domenico: «Io credo che il suo desiderio sia quello di rendere ancora visibile quell’abbraccio, che fa sì che comprendiamo una buona volta che la croce è tutt’altro che un segno di maledizione, ma diventa il segno di benedizione».

E questo suor Paola lo testimonia «facendo questa scelta per sempre che mette insieme due cose: la verginità e la comunità». Cose che, ha precisato il vescovo, devono stare insieme, «mai l’una senza l’altra: se ci fosse solo la verginità il rischio, soprattutto oggi in cui si moltiplicano i single, sarebbe quello di pensare che la vita ideale è quella di starsene ognuno per proprio conto, prescindendo dagli altri, giacché abbiamo scoperto che la vita di relazione è piuttosto complicata». Dunque essa ha senso solo se insieme c’è anche la comunità: «c’è uno spazio di sorelle entro il quale vivere la vita». Ma anche la comunità non può esistere senza la verginità, «perché se non c’è questo sguardo tutto concentrato tutto sull’amore crocefisso il rischio è che anche una comunità religiosa si trasformi in una generica comune, in cui ci si incontra senza scegliersi, ci si lascia senza rimpiangersi». Nell’amore di Dio si può invece «veramente diventare un segno di benedizione».

La cosa che rende preziose le suore, al di là dei tanti servizi svolti verso la gente, «è semplicemente di esserci: in una comunità parrocchiale la presenza di una comunità di sorelle che vivono la verginità in comune è già questo ciò che è essenziale», perché «dà a intendere un altro modo di vivere la nostra esistenza». Una vita, quella religiosa, che è in sé «una comunicazione assordante del Vangelo, di cui si rendono conto tutti».

Alla suora in procinto di emettere la professione perpetua, da parte di monsignore, l’augurio «che tu cresca sempre di più nella conoscenza della croce, di quella scientia crucis che l’esperienza spirituale dei Carmelitani ci ha già fatto conoscere», concludendo evocando la testimonianza di una santa martire carmelitana, santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, che «della scientia crucis ha fatto la ragione della sua vita», ha voluto dire Pompili, nel sottolineare come quella giovane studiosa, ebrea di nascita e atea, proprio dall’incontro con la testimonianza di una sofferenza serenamente accolta, quella della vedova di un suo professore di filosofia morto in guerra, venne toccata approdando alla fede e quindi all’ingresso nel Carmelo, per finire poi uccisa, insieme alla sua gente (non rinnegò mai le sue radici israelitiche), in un lager nazista. «Da quell’incontro, Edith, giovane e intelligente donna del nostro tempo, intuì la forza della croce, che è quella di saper trasformare il dolore in amore».

Questa, allora, l’indicazione del vescovo per suor Paola che tale abbandono totale all’amore ha espresso nei segni che scandivano i riti della professione perpetua: dalla dichiarazione della volontà di consacrarsi a Dio per sempre alla prostrazione durante il canto delle Litanie dei santi, alla formula letta dinanzi alla superiora generale madre Raquel Santana Canoas e firmata poi sull’altare. Ricevuta dal vescovo la benedizione solenne, suor Paola ha quindi indossato il velo nero, in sostituzione di quello più chiaro che le religiose della congregazione usano finché sono professe semplici, e l’anello nuziale «segno di sposa del Re eterno».

Grande gioia, per la comunità delle tante consorelle convenute ad Antrodoco per accompagnarla in questo passo, assieme ai familiari (i genitori e il fratello) giunti da Palermo, e per i parrocchiani che hanno riempito la collegiata di Santa Maria Assunta, in testa il parroco don Luigi Tosti che, assieme ad altri sacerdoti (tra cui il vicario episcopale per la vita consacrata padre Carmine Ranieri, il vicario di zona don Ferruccio Bellegante e alcuni religiosi del ramo maschile della congregazione), hanno concelebrato la solenne Eucarista.

E grande gioia per la neo professa, che al termine della Messa ha ringraziato tutti, ricordando lo sbocciare della sua vocazione nella nativa terra siciliana, quando decise, senza troppa convinzione, di partecipare a un gruppo di preghiera delle Messaggere dello Spirito Santo. Viveva normalmente, ha raccontato: brava ragazza, cresciuta nei più sani valori, ma sentiva che qualcosa le mancava. E proprio in tale occasione la risposta le arrivò, quando le parole lette da una consorella durante la preghiera, “Tu sei preziosa ai miei occhi, io ti ho chiamato per nome, tu mi appartieni… Se dovrai attraversare il deserto, mari, tempeste, io ti starò accanto…”, le sentì rivolte a sé: «Mi sono sentita speciale, unica. Il Signore aveva preparato apposta quell’incontro per farmi sperimentare la profondità del suo amore. Mi sono sentita amata come mai prima di allora. Ho capito che la mia vita ha un valore inestimabile».  E ha compreso che solo Dio «poteva riempire il vuoto che mi sentivo dentro». Da allora, ha confidato ai presenti, «niente è stato più lo stesso. Tutto il resto ha iniziato a perdere gusto». Ed eccola che si impegnava a cercare la preghiera, il servizio agli altri, continuando a pensare di creare una famiglia, «ma poi ho iniziato a pensare che il Signore non voleva dividermi con nessun altro», fino alla scelta, nel 2010, di entrare in convento, «fidandomi ciecamente di lui». Per arrivare, così, a questo passo definitivo, compiuto «non perché che la vita religiosa sia priva di difficoltà o sia una vita agiata, ma perché voglio vivere di lui, perché solo il suo amore mi dà pienezza, e per lui vale la pena donarsi senza riserve».

Al termine della Messa, l’abbraccio augurale di tanti e la grande festa, con tanto di speciale torta “nuziale”, svoltasi nella mensa della scuola elementare.

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