Coronavirus

Tutto normale nei limiti del possibile

Con le dovute precauzione e limitazioni, la vita all’interno delle case di riposo del territorio continua e gli operatori fanno di tutto per non far pesare limiti e prescrizioni

In questi ultimi giorni la comunicazion ha posto all’attenzione del pubblico un tema molto delicato, quello dell’incidenza di alta mortalità per Covid-19 nelle struttura di accoglienza per anziani e RSA.

Fenomeno molto diffuso nel nord ma diramatosi anche al centro e al sud del Paese, che ha fatto avviare numerose inchieste per indagare sui casi di contagio.

Non si deve, però, cadere nel rischio della generalizzazione: tante strutture adibite agli anziani da subito hanno adottato forme di precauzione, salvaguardando la salute di tutti gli ospiti. Un esem­pio è quello offerto dalla Comunità Alloggio per Anziani Villa Con­cetta e Villa Domenico di Castel Sant’Angelo e da quella di Villa Silvia ubicata a Rieti.

Alfredo Scaramuzzo, titolare delle tre strutture, spiega come si stato possibile raggiungere il risul­tato di zero contagi durante l’emer­genza da coronavirus. «Abbiamo attuato un piano di prevenzione fin dall’inizio, ancor prima delle di­rettive ASL, chiudendo al pubblico ogni tipo di contatto con gli ospiti e fornendo al personale i dispostivi di protezione necessari». Un vero e proprio isolamento forzato che ha toccato in prima persona anche i parenti degli anziani a cui è stato proibito l’ingesso nelle strutture.

«Una volta decretate le dispo­sizioni ufficiali, ci siamo attenuti ai protocolli: appena un ospite contrae anche solo un semplice raf­freddore, viene posto in isolamento in apposite camere. Inoltre, moni­toriamo quotidianamente ospiti e dipendenti con termometri laser, rispettando la distanza richiesta».

«Ci sono stati casi – continua Scaramuzzo – in cui i collaboratori si sono stabiliti “h24” nelle struttu­re, ma io mi sono detto contrario a questa condizione perché troppo stressante per il personale che, invece, è per noi una risorsa molto importante».

Cambia lo stile di vita

L’emergenza ha anche condi­zionato lo stile di vita di tutti i giorni. «Ormai dobbiamo abituarci a vivere in una dimensione di epi­demia e questo si ripercuote anche all’interno della vita privata di tutti coloro che lavorano nei residence per anziani. Bisogna, ad esempio, evitare di andare a fare la spesa per­ché basta toccare il denaro sporco per diffondere il contagio. Il nostro lavoro è una grande responsabilità ma se fatto con amore e cura, dà tante gratificazioni».
I nonni sono la nostra memoria e, per questo, vanno tutelati. In merito alla tragedia che ha colpito altri centri di accoglienza per anziani il responsabile afferma: «immagino che l’emergenza sia stata una bomba tanto grande che la situazione sia sfuggita di mano. È stata una cosa improvvisa e sicu­ramente non facile da gestire in cui l’inesperienza ha giocato un ruolo importante».

«Io sono stato fortunato nel reperire tutti i presidi necessari ed è indispensabile non lesinare sui materiali da lavoro, né sui comfort che bisogna offrire agli ospiti. Ora la spesa ci viene lasciata fuori dal cancello ma prima, ad esempio, avevamo un fondo utilizzato per le pizze: un pizzaiolo veniva nelle no­stre strutture e si cucinava insieme. Queste attività, insieme alla cura della persona e all’igiene, aiutano molti gli anziani che, in alcuni casi, non sono nemmeno autosufficien­ti».

Uno sguardo da dentro

Lavorare bene è possibile, basta volerlo e saperlo fare. E per capire meglio come scorre la vita nelle strutture e come hanno reagito gli ospiti si può ricorrere a un punto di vista interno. Manuela Grza­nic, operatrice di Villa Domenico, racconta come il personale ha gestito l’emergenza a partire dai primi istanti. «All’inizio c’è stato un momento di caos mentale, non sapevamo come affrontare la situazione. Dato che era stato vie­tato l’ingesso ai parenti, dovevamo gestire la comunicazione esterno/ interno, cercando di rassicurare i familiari impauriti dalle notizie che giungevano dal nord».

Tecnologia per superare l’isolamento

Così, armati di smartphone, gli operatori hanno dato vita ad una fitta rete di videochiamate, messag­gi e gruppi WhatsApp, attraverso i quali gli ospiti potessero avere un contatto continuo con gli affetti. «Abbiamo dovuto rassicurare i parenti – sottolinea Manuela – promettendo loro di chiamarli fre­quentemente per trasmettere sia le notizie positive che quelle negative, instaurando con loro un bellissimo rapporto di fiducia».
Un altro passaggio importante è stato quello della sicurezza. «Ab­biamo immediatamente adottato i dispositivi anticontagio, cercando di educare anche i nonni alla nuova condizione. Siamo noi, tuttavia, quelli che possono recar loro danno, perciò dobbiamo essere prudenti anche nella nostra dimen­sione domestica».

Una nuova normalità

Con le dovute precauzione e limitazioni, la vita all’interno del residence continua e i collabora­tori fanno di tutto per renderla il più possibile simile al normale. «A Pasquetta, stando molto attenti ad evitare sbalzi di temperatura, abbiamo organizzato una partita a bocce e ricordo l’emozione della signora Santa per essere riuscita a buttare giù tre birilli! E poi realiz­ziamo mascherine personalizzate e ci stiamo anche cimentando con il taglio dei capelli: la prossima settimana ho appuntamento con tre persone. Organizzare le loro giornate, attraverso una precisa scansione del tempo ci sta permet­tendo di conoscere meglio i nostri ospiti». Non mancano di certo i momenti di sconforto, soprat­tutto per le persone più lucide. «Loro – spiega Manuela – vivono questa condizione in maniera più malinconica perché sono preoc­cupate per i figli. Ora, attraverso le videochiamate, stanno capendo che l’isolamento è solo temporaneo e sentono di più la vicinanza».

La forza della memoria

Capita anche, però, che siano proprio i più anziani a dare confor­to. Molti, infatti, hanno vissuto in prima persona l’Influenza Asiatica del 1957 e, per questo «ci hanno rassicurato e dato delle dritte. La signora Dina ci ha persino raccon­tato che la mamma la chiudeva a chiave in camera per non farla usci­re e contrarre il virus».
Ora che le misure restrittive sembrano prepararsi per la fase due, gli operatori non abbassano la guardia «non possiamo permet­terci di vanificare il lavoro svolto fino ad ora, perciò, si deve stare in allerta come all’inizio, favorendo, nel nostro caso, l’autoquarantena Covid anche in casa».

La parola chiave è quindi quella della prudenza. «La solitudine è brutta – conclude l’operatrice – ma se rispettiamo le regole ci riabbrac­ceremo presto. Si potrà stare bene, ma solo usando la testa».

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