Tutti gli uomini di frau Merkel

Così la Germania può fare la voce grossa nell’Unione europea

Chi comanda in Europa? I tedeschi. È un modo di dire – sono la nazione più ricca e potente -; ma è anche una verità sostanziale. La politica economica europea è gestita secondo i desiderata di Berlino.

Lo ha sperimentato la Grecia nel 2010: la “ricetta” economica applicata agli ellenici (lacrime e sangue, tagli e austerity) alla fine è stata quella pretesa dalla Germania; così per l’Italia 2011, quando arrivò da Nord una letterina che scombussolò governi e politiche economiche nazionali. Una lettera scritta sotto dettatura…

Fin qui è potente “moral suasion”, la voce del più grosso per farsi ubbidire dai più piccoli; d’altronde Berlino le vere riforme le ha fatte, ha avuto anni di crescita economica, di disoccupazione bassa, di tensioni sociali inesistenti, di bilancia dei pagamenti in forte attivo. Certo la Germania rappresenta più un esempio di come le cose vadano fatte, piuttosto che l’Italia o la Grecia…

Ma la signora Merkel non è solo capace di far sentire la sua voce. Sa anche occupare tutti i posti giusti in modo tale che quel che dice non rimanga lettera morta. Si è visto dopo le recenti elezioni europee che hanno rivoluzionato i vertici politici, ma anche burocratici dell’Europa unita. Mentre noi italiani si battagliava per la candidatura di assoluta bandiera di Federica Mogherini alla guida della politica estera comunitaria – che non esiste, ogni Paese fa da sé -, frau Merkel piazzava i suoi uomini nei posti giusti sia nella catena di comando politica, sia nelle commissioni che poi amministrano leggi e fondi, sia nell’euroburocrazia che conta. In modo intelligente: non solo uomini tedeschi, ma anche politici e dirigenti di altri Paesi, scelti tra quelli assolutamente filo-germanici sulle politiche economiche.

Un’operazione fatta sottotraccia, per non dare troppo nell’occhio; svelata però da una mossa “forte”, che ha fatto chiarezza sulla manovra a tenaglia merkeliana. Il secondo partner forte dell’Ue è l’indebolita Francia a guida socialista, che ha spinto a tutti i costi per avere il suo Pierre Moscovici alla guida degli affari economici, sperando così in un allentamento dei vincoli europei sui bilanci. Mossa caldeggiata pure dall’Italia, per gli stessi obiettivi.

La Germania ha abbozzato: non poteva dire di no. Ma ha neutralizzato Moscovici con la nomina del finlandese Jyrki Katainen come suo vice, e con sostanziali poteri di veto sulle politiche economiche “non allineate”. Katainen è considerato un “falco” dagli stessi tedeschi, quindi Moscovici si è già trovato a dire al governo francese che non provi a sforare alcun vincolo: partirebbe un’immediata procedura d’infrazione.

Insomma Bruxelles e Berlino parlano la stessa lingua, brutta notizia per un’Italia che vorrebbe meno rigore per potersi rilanciare. L’unica leva forte e indipendente da tutti rimane Mario Draghi alla guida della Bce, che ha ottenuto tagli dei tassi per l’euro – e soprattutto una copertura senza limiti dei debiti pubblici dell’eurozona da parte della Bce – che la Bundesbank tedesca osteggiava.

Ci è riuscito, ma la vittoria è stata frutto di un braccio di ferro occulto quanto fortissimo, e di compromessi continui con Francoforte. Se poi le politiche di Draghi non dessero i frutti sperati – una ripartenza economica per tutta l’Europa, e non solo per due o tre Stati -, anche la Bce verrebbe facilmente “commissariata”.

E questa è anche la ragione per cui non è lecito sperare che dall’Europa ci arrivi qualche provvida chiusura d’occhi. A chi chiedeva più fondi per un piano di spese pubbliche in Italia finanziato dall’Ue, è stato risposto che noi italiani dei soldi non sappiamo che farne, perché ogni volta non riusciamo a presentare un progetto di spesa completo e ben fatto. E così i soldi europei “finiscono per finanziare le sagre delle porchette”. Già.

Un’insipienza che è un ostacolo grande, vero, solido. Si può aggirare? Nein.

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