Trump, Venezuela, migrazioni e politica. P. Sosa SJ: “Il populismo è una trappola”

Parla il superiore generale dei gesuiti: “Le regole sono necessarie, la migrazione va gestita. Ma l’Europa ha bisogno dei migranti”. E ancora: “Il governo statunitense deve ascoltare di più il popolo. Sono in tanti a non pensarla come Trump”. Quanto alla situazione in Venezuel, padre Sosa aggiunge: “Nelle persone è sempre più diffusa la volontà di un forte cambiamento. Bisogna seguire, però, la via della pace e della democrazia. La maggioranza del popolo chiede una soluzione pacifica. Ma i costi umani di questo processo sono troppo alti”

“Il futuro dell’Europa dipende molto dalla manodopera che arriva da altri Paesi. Per questo occorre pianificare una strategia comune. I migranti sono una fonte di ricchezza: a scappare da guerre e carestie uomini e donne che hanno il desiderio di lavorare”. Padre Arturo Sosa Abascal è il preposito generale della Compagnia di Gesù. Nato a Caracas, in Venezuela, il 12 novembre 1948, padre Sosa si dice “preoccupato” per il diffondersi di quelli che lui chiama “personalismi” in giro per il mondo.

Siamo andati oltre la definizione di “populismi”?
Il populismo è una trappola. Presuppone una presenza di popolo alle spalle dei leader, ma ciò non avviene più. È così che sono nati in America Latina, con enormi movimenti di persone che hanno permesso il passaggio dall’economia agricola a quella industriale. I populismi di adesso, invece, sono rappresentati da individui che non hanno un supporto popolare. Sono piuttosto antipolitici e antipartitici. Cavalcano le pulsioni nazionaliste e, invece di elevarle a ragione identitaria, le sfruttano per erigere muri. Hanno ambizione di potere personale. E sono molto pericolosi.

Il popolo è illuso, non conta nulla.

I capi fanno leva sui sentimenti di disagio per coltivare i propri interessi.

La diffidenza nell’accoglienza dei migranti, però, riguarda anche tanti cattolici. Perché?
È una resistenza spontanea, non guidata dalla malafede. La diffidenza nei confronti del diverso è diffusa, ma come cristiani siamo chiamati a fare il contrario. È un processo di conversione per tutti. L’Italia è tra i Paesi più aperti all’accoglienza in Europa. Il problema è a livello politico: come i cristiani possono contribuire affinché la società civile sia aperta?

Le regole sono necessarie, la migrazione va gestita. Ma l’Europa ha bisogno dei migranti.

La Chiesa dovrebbe avere una maggiore interlocuzione con la politica?
Non soltanto la Chiesa, ma i cristiani in genere. I governi non faranno altro, se non c’è una forte pressione sociale. La popolazione deve comprendere il fenomeno delle migrazioni, dietro al quale si nascondono anche tanti traffici illeciti. Non bisogna avere paura della politica.

La cittadinanza è una conseguenza della fede.

Tutti siamo chiamati a partecipare alla vita pubblica.

Donald Trump ha da poco concluso il primo viaggio all’estero, incontrando anche Francesco. Cosa pensa di questi primi mesi di presidenza?
Sono preoccupato. Nei suoi discorsi, ad esempio, Trump non tiene in considerazione l’importanza dei migranti negli Stati Uniti. Costruire muri non può essere la politica di un Paese importante come gli Usa. Né l’invito ad acquistare armi per difendersi. Il governo statunitense deve ascoltare di più il popolo. Sono in tanti a non pensarla come Trump.

Stoccolma, Parigi, Manchester, Londra. L’Europa è il teatro di una guerra di religione?
Religioni e fondamentalismi sono due cose differenti. Quando diventa ideologia e ambizione di potere, la religione smette di essere tale e diventa fondamentalismo. I regimi sono ideologicamente schierati.

Il cristianesimo, invece, è più una fede che una religione.

Le religioni hanno grandi responsabilità. Il dialogo è la strada da percorrere.

Ha paura dell’islam?
Non ho paura dell’islam, perché non ho paura dell’esperienza di Dio. Ho paura del fondamentalismo, non dei musulmani.

Domani il Papa incontrerà la presidenza della Conferenza episcopale venezuelana per affrontare una crisi che non sembra trovare soluzione…
Non si riesce a trovare un punto comune. Gli spazi di incontro politico sembrano chiusi. Mancano cibo e medicine, la sofferenza del popolo cresce. Nelle persone è sempre più diffusa la volontà di un forte cambiamento. Bisogna seguire, però, la via della pace e della democrazia. La maggioranza del popolo chiede una soluzione pacifica. Ma i costi umani di questo processo sono troppo alti.

Il governo deve ascoltare la gente che grida. È necessario trovare un accordo. Non sappiamo di quanto tempo avremo bisogno in Venezuela per riconciliare la popolazione e risanare le ferite che ci stiamo infliggendo.

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