Il triste sipario su Rigopiano. Il cinico spettacolo dei riflettori puntati sulle vittime

Con il recupero degli ultimi due corpi senza vita si è chiuso il triste bilancio della tragedia di Rigopiano, dopo che nel tardo pomeriggio del 18 gennaio una valanga aveva investito l’hotel diventato protagonista delle cronache recenti insieme alle persone che vi si trovavano al momento della sciagura. La conta finale riporta 29 vittime e 11 sopravvissuti. Sono numeri pesanti. Le indagini in corso chiariranno le eventuali colpe di chi avrebbe potuto o dovuto intervenire per evitare la tragedia. Nel frattempo sono fin troppo chiare ed evidenti le responsabilità del sistema mediatico e, in particolare, della televisione nel documentare ora per ora tutte le fasi di intervento dei soccorritori fin dalle prime ore dopo l’evento.
Se, da un lato, le immagini dei vigili del fuoco che portavano fuori dalle macerie i bambini vivi ci hanno immediatamente commosso, restituendo fiato alla speranza, dall’altro si sono confermati insopportabili i campioni del piccolo schermo, che non hanno trovato di meglio che intervistare in diretta la ragazza scampata alla valanga che ha invece ucciso il suo fidanzato, con domande incalzanti e fuori luogo, in una situazione – peraltro – già sbagliata fin dall’inizio: non si manda una troupe nella casa di chi è ancora sotto shock per quello che ha vissuto.
Di fronte a una tragedia di questa portata la comunicazione diventa un’arma a doppio taglio. Se, da un lato, diffondere informazioni sulla situazione può essere utile per facilitare l’intervento dei soccorritori e chiarire la dinamica dell’accaduto, anche in funzione preventiva rispetto a eventi simili, dall’altro telecamere e riflettori sempre accesi rischiano di accentuare a dismisura quell’emotività che non aiuta a farsi un’idea precisa di quanto è successo, né tantomeno facilita il lavoro di chi è impegnato in prima linea per prestare soccorso alle vittime.
Anche per questo, nelle ore immediatamente successive al fatto ,il prefetto di Pescara ha chiesto a tutta la macchina dei soccorsi un silenzio assoluto per evitare possibili fraintendimenti su come andava evolvendo la situazione. Se questa decisione, da un lato, ha evitato la diffusione di voci inopportune o non autorizzate, dall’altro, ha però alimentato la fantasia di chi, pur di poter dire qualcosa, ha diffuso numeri e dati infondati.
Subito dopo i soccorritori della prima ora, intorno all’hotel sono arrivati gli inviati delle testate televisive, con il consueto bagaglio di telecamere, riflettori e microfoni. È stato inevitabile “coprire” l’evento con la cronaca giornalistica sul posto, ma c’è modo e modo per farlo.
E bisogna selezionare bene le domande da fare: è lecito chiedere se la tragedia si potesse in qualche modo evitare e quali cause l’abbiano determinata. Non è lecito chiedere ai sopravvissuti cosa provano nell’essersi salvati e come ricordano le persone con cui si trovavano fino a qualche ora prima e che non sono riuscite a uscire vive dalle macerie.
Tra informazione e speculazione c’è una bella differenza, che né i giornalisti né gli spettatori devono mai dimenticare.

 

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