Giugno Antoniano

Tra commozione e tradizione sant’Antonio si veste a festa

Come da centenaria tradizione, sono iniziate alle prime ore del mattino del 12 giugno le operazioni di vestizione della statua di sant'Antonio: tra lavoro e commozione, iniziano ufficialmente i festeggiamenti per il santo più venerato dai reatini

Un tempo, l’operazione di vestizione della statua di sant’Antonio era qualcosa di segreto, sconosciuto ai più. Un onore al quale potevano assistere in pochissimi, e che tuttora è affidato a un gruppo ristretto e fidato di confratelli e consorelle della Pia Unione. La statua processionale del Santo più amato dai reatini fino agli anni Cinquanta era custodita nell’antico convento di clausura delle suore di San Fabiano, in via Garibaldi. A mezzanotte in punto della notte tra l’undici e il dodici giugno, in gran segreto e protetta da un’apposita custodia, la statua veniva traferita da due confratelli fino alla sagrestia della chiesa di San Francesco, dove l’indomani mattina iniziava la vestizione.

Oggi, la statua riposa invece stabilmente in una nicchia della chiesa, protetta da una grata e da un drappo azzurro, in modo che non sia visibile per tutto il resto dell’anno agli occhi dei fedeli. Molti anni fa, le signore addette alla preparazione della statua per l’esposizione del dodici giugno erano due, la signora Maria, alla quale il compito fu affidato nel 1948 direttamente dalle suore, e a seguire la signora Rolanda. Un compito molto delicato, che richiedeva pazienza, fiducia e devozione. Attualmente, vista la quantità di ex voto aurei da appuntare sul saio della statua processionale, le pie donne che effettuano il lavoro sono salite a quattro, e con l’assistenza di don Roberto si tramandano il compito di generazione in generazione. «Lo faceva mia suocera quando io ero solo una ragazza – racconta Anna Maria – ormai è qualcosa che fa parte indissolubilmente della mia vita e di quella di tutta la mia famiglia». Sono le otto e trenta del mattino, il sole è già cocente su via San Francesco.

Al centro della piccola sagrestia, campeggia la statua del Seicento che raffigura il santo di Padova, spoglia e disadorna. Nel tavolo a fianco, freschi di tintoria, il saio nero e l’abitino bianco del Bambinello, che «con il temporale dello scorso anno si erano davvero sporcati troppo e avevano bisogno di una rinfrescata». Anna Maria sale sul banchetto di legno che le consente di essere “all’altezza” giusta per lavorare sulla statua, mentre Secondina rimane più in basso, porgendole ago, filo e spille da balia rigorosamente nere. Il saio non è composto da un unico pezzo di tessuto, ma si divide in più parti, da posizionare man mano e con estrema delicatezza. Prima la tunica, puntata con le spille e poi letteralmente cucita addosso alla statua, fissandola stabilmente su busto, braccia e spalle, in modo che non faccia difetti. A seguire si cuciono le maniche, poi si posiziona la mantellina, ed infine il prezioso colletto, adorno dei gioielli più antichi e preziosi donati dai fedeli, principalmente spille di gemme e madreperla.

Maria Pia e Monia si dedicano alla statua del Bambino, che solo alla fine, sulla macchina che trasporta il santo, sarà posizionato sulla mano destra della statua, insieme al libro del Vangelo aperto. Maria Pia sistema i riccioli della piccola parrucca con le mollette, con la stessa cura che avrebbe se il neonato fosse vero, anzichè di legno: «sono capelli finti che hanno più di duecento anni, devo essere particolarmente accorta a trattarli, potrebbero deteriorarsi ulteriormente».

La tunichetta è di un bianco quasi accecante, i ricami di fiori gialli spiccano in fondo sull’orlo, insieme al delicato pizzo. Nel frattempo, scortati dalla polizia, arrivano gli ex voto, prelevati il mattino stesso dal caveau di una banca. La cassetta di legno viene aperta dai confratelli e da don Roberto: qualcuno bacia qualche oggetto, altri hanno gli occhi lucidi. Ogni anello, ogni collana, ogni spilla, ogni fede nuziale ed ogni ciondolo, opportunamente catalogati e schedati, sono doni di famiglie reatine. Nel tripudio di gioielli, spiccano tanti scarlatti coralli: «Un tempo, il corallo era ciò che di più prezioso si potesse possedere: donarlo a sant’Antonio era il segno della massima dedizione, della devozione assoluta».

Monili centenari, che raccontano di problemi familiari, di fioretti, di richieste di guarigione, di travagliate storie d’amore. La busta gialla che riporta la scritta “spighe” viene aperta subito, e con la massima cura. Le tre spighe gialle d’oro, unite da un nastro tricolore, sono il fulcro della devozione popolare per Antonio. Frutto della colletta dei contadini della piana reatina, gli vennero donate il 25 luglio 1926, come dono di ringraziamento. Gli agricoltori chiesero quell’anno l’esposizione straordinaria della statua, come intercessione del Santo perchè cessasse l’intensa pioggia che impedeva loro di mietere. E la pioggia, in effetti, cessò di colpo. Quelle tre spighe sono rette ancora oggi dalla statua del Bambino, che le stringe nella manina destra.

Una statua ultracentenaria, più o meno riprodotta a grandezza naturale, con capelli castani e fattezze dolci e paffute, vestita ed adornata di bianco, principalmente con le collane di perle che le donne gli sistemano sul petto e attorno alla vita. Solo in ultimo, sulla testolina riccioluta viene posizionata la coroncina d’argento, anch’essa opportunamente fissata per evitare eventuali cadute lungo la processione. Dopo l’apposizione del colletto di sant’Antonio, è ora di adornare il saio. Con l’aiuto di alcune fotografie, ogni gioiello viene posizionato più o meno dov’era l’anno precedente, la croce d’oro datata 1928 sul petto, poi le fila di anelli, la spilla con la coccinella di corallo: «ormai ci ricordiamo ogni dettaglio, ogni posizione, ogni pietra». Il luccichio aumenta, così come aumentano l’emozione, la commozione. La borsetta in maglia d’oro viene osservata con gli occhi lucidi, prima di essere appuntata come da tradizione sul fianco destro della statua processionale: «Erroneamente – racconta don Roberto – questo straordinario oggetto degli anni Quaranta si pensava fosse dono di una nobildonna reatina. Invece, pare che la borsetta da sera appartenesse a una contadina, una popolana, anche se non è noto come fosse arrivata in suo possesso».

Le ore passano, la statua s’illumina, la stanchezza si fa sentire, ma c’è tempo solo per un caffè al volo e il lavoro ricomincia. L’antico anello con il rubino viene assicurato con il nastro adesivo trasparente sull’indice della mano sinistra della statua, ed è tempo di tirare fuori il cordone e il rosario dalla busta che li custodisce: anch’essi si appuntano con ago e filo sul saio, perchè non scivolino via. «Il cordone lo metteva sempre Vincenzo Formichetti, uno storico confratello che ci ha lasciati, è strano non vederlo più tra noi la mattina del dodici giugno, dopo oltre trent’anni. Oggi, il compito spetta a don Roberto».

Dopo ore e ore di lavoro, nel primo pomeriggio la statua viene issata sulla macchina da quattordici quintali che sarà trasportata a spalla per le vie della città da sessantaquattro portatori, divisi in base all’altezza in quattro squadre da sedici persone. Come ultima operazione, si fissano ai lati del basamento le bacheche con altri doni, e le colonnine in velluto che contengono quelli più recenti. Il libro e il Bambinello vengono fissati saldamente sul supporto della mano destra, il lungo giglio donato d’argento donato nel 1848 sulla mano sinistra. Da una cassettina di vetro viene tirata fuori l’aureola stellata che adornerà il capo di sant’Antonio, oscillando ad ogni curva, ad ogni vicolo, ad ogni sussulto. Le ore diciotto sono vicine, al primo rintocco della campana di San Francesco verrà sparato il primo colpo a festa, poi si aprirà il portone che renderà visibile alla folla di fedeli la statua. Scenderanno le lacrime. E festa sia.

 

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