Il tabernacolo di Federico di Filippo di Ubaldo

Nel corso dei secoli, il mistero eucaristico informa l’arte sacra nelle sue varie espressioni, dalla narrazione pittorica degli episodi salienti – dall’Ultima cena alla Messa di San Gregorio ai miracoli di Bolsena, di Alatri, di Lanciano – alla decorazione tessile dei paliotti, dei veli omerali, degli apparati per la liturgia, fino alla esaltazione plastica costituita dal ciborio, spazio circoscritto che assolve alla duplice funzione di custodire e di esaltare l’ostia consacrata.

Nella nostra cattedrale e nelle pertinenze del Museo diocesano, meritano particolare attenzione i resti del tabernacolo del Santissimo Sacramento commissionato dall’omonima Compagnia che, sorta nel 1502, intraprese con zelo lodevole l’allestimento della cappella in fondo alla navata destra del duomo.

Lo scultore fiorentino Federico di Filippo di Ubaldo, in collaborazione con il romano Salvato di Giacomo Pirozi, vi realizzò fra il 1509 ed il 1512 un maestoso tabernacolo in marmo che si sviluppava su tre diversi livelli: in basso, sotto l’altare era disposto un paliotto su cui era raffigurato in altorilievo il Cristo risorto. Erano disposti in sequenza, a destra e a sinistra dell’altare, entro nicchioni coronati da conchiglie, San Giovanni Battista e Santa Barbara, patrona di Rieti. Più in alto, erano i profeti Isaia e David re. Al vertice della complessa struttura era collocato il Bambino Gesù, in atto benedicente, recante in mano la sfera-mondo.

Il paliotto è attualmente murato lungo la parete del transetto da cui si accede alla cappella delle Reliquie: il Cristo che risorge sorretto dagli angeli sollevandosi dal sepolcro in cui sono raffigurati gli strumenti della Passione ha appena vinto la sua battaglia contro la morte: pur apparendo affranto, dolente e fragile nella sua umanità, è il testimone della vita eterna.

La lastra marmorea custodita presso il lapidarium reca al centro il monogramma raggiante IHS, agli spigoli le testine di due delicati puttini: nel complesso del monumento, faceva da raccordo fra la mensa dell’altare ed il tabernacolo.

Le statue incluse in nicchie finemente decorate in oro zecchino, a tutt’oggi murate lungo le pareti del battistero, costituivano il complemento catechetico del SS.mo Sacramento.

Nell’ordine inferiore, erano disposti il Precursore San Giovanni Battista e Santa Barbara patrona di Rieti, autentici testimoni della fede: l’uno, infatti, aveva accettato di buon grado di essere vox clamantis in deserto, l’altra aveva saputo sfidare l’autorità paterna per obbedire al Padre celeste.

Così nel registro superiore compaiono il profeta Isaia, il primo dei quattro profeti maggiori, che prefigurò la fioritura dell’albero di Jesse e la maternità divina di Maria, ed il re David, autore dei Salmi, profeta del sacrificio della croce.

La scelta di questi personaggi corrisponde puntualmente ad una precisa esigenza didascalica, costituendo i gradini della scala verso il Creatore culminante nella finissima figuretta del Cristo bambino custodita nella cappella di Sant’Ignazio in cattedrale.

Al Bambino Gesù che stringe nella mano il simbolo del mondo facevano da coronamento i due cherubini alati inclusi in lunette a semicerchio, attualmente nel lapidarium.

Così Cristo è l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine – o, meglio, il fine – della storia dell’uomo, rappresentata simbolicamente nel maestoso tabernacolo di Federico Fiorentino, che riecheggia nelle forme il monumentale altare eretto da Desiderio da Settignano presso le sagrestie della basilica medicea di San Lorenzo a Firenze.

Proprio le monumentali dimensioni del tabernacolo, elegante ma scomodo per la celebrazione della Messa, ne fecero decidere ben presto la rimozione dalla cappella della Compagnia del SS.Sacramento, ristrutturata nel corso del XVII secolo, secondo il progetto dell’architetto fiorentino Paolo Marovelli e decorata dagli stucchi dell’umbro Gregorio Grimani e dagli affreschi del sabino Vincenzo Manenti. Le due tele disposte lungo le pareti laterali sono opera del viterbese Francesco Romanelli.

Già nel 1566, infatti, gli Atti di Sacra Visita del cardinale Marco Antonio Amulio, vescovo di Rieti dal 1562 al 1572, annotavano che il ciborio era posto eccessivamente in alto, tanto da costringere il sacerdote officiante ad arrampicarsi sull’altare per poterlo aprire.

Il cardinale Amulio, pur apprezzando la raffinatezza artistica del tabernacolo tanto da opporsi alla sua distruzione, suggeriva di affiancare al manufatto una scaletta laterale per evitare che i celebranti fossero costretti a compiere atti scomposti e disdicevoli per il loro stato e per la funzione che dovevano assolvere.

Più benevolo fu il giudizio del Visitatore Apostolico Pietro Camaiani, vescovo di Ascoli Piceno, impegnato nella prima, impegnativa ispezione postconciliare nell’inverno 1573-1574, che il 29 dicembre 1573 visitò la cattedrale e ritenne l’eucaristia condecenter ac honorifice in fenestella intus parietem, suffulta serico intrinsecus et extrinsecus satis decora et bene causa, adeo quod non fuit quid improbaretur.

Nel 1605, i membri della Congregazione del SS.mo Sacramento decisero di sostituire l’opera di Federico di Filippo di Ubaldo con un tabernacolo a tempietto in legno, incaricando della costruzione gli ebanisti Bernardino Nucci e Girolamo Calcina e gli indoratori Paolo Santilli, Giovanni Battista Matteucci, Pirro Conti.

Il monumentale tabernacolo rinascimentale fu allora smembrato, ed i suoi vari, bei frammenti utilizzati per decorare spazi diversi della cattedrale e dei suoi annessi.

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