Sull’area attorno al Duomo progetto che lascia perplessi

Il riassetto del sagrato settentrionale del Duomo di Santa Maria previsto nel quadro del Plus ha inizio prima ancora che sia chiuso il cantiere che da alcuni mesi impegna l’area del sagrato orientale e del cosiddetto «orto dei preti», la cui area è stata liberalmente messa a disposizione per la realizzazione di un ascensore che agevoli il collegamento tra l’antica arce e il sottostante rione delle Valli. È dunque prematuro formulare un parere estetico sull’ambizioso progetto elaborato dallo studio tecnico Pitoni con un pool di giovani architetti e ingegneri tesi ad assicurare nuova vita a Rieti secondo lo slogan «Fare centro, fare città».

Ma è parimenti legittimo esprimere qualche perplessità in ordine alla futura fruizione dei sagrati per gli usi dettati dalla consuetudine, prima ancora che dalla liturgia. Ci si chiede quale sarà l’impatto dei fedeli allineati in processione per il Corpus Domini, la Madonna del Popolo o sant’Antonio, con la tradizionale benedizione impartita dal vescovo dall’atrica. Quale funzionalità pubblica potrà essere garantita in occasione di matrimoni, funerali, cresime e prime comunioni. Benché si prefigga la conservazione della memoria delle preesistenze, l’innovativo progetto del Plus sembra destinato piuttosto a obliterare l’impronta lasciata dalle epoche passate, dal medioevo del vescovo Pietro Gerra, dell’architetto Andrea magister e degli anonimi maestri lombardi che dettero forma e sostanza all’intuizione di Bonifacio VIII realizzando un brillante intervento antisismico con il doppio arco a crociera affiancato da un’arcata a botte capace di consolidare la mole severa del palazzo papale, alla luminosa rinascenza dei cardinali Angelo Capranica, Giovanni Francesco dei Conti Guidi di Bagno, Giorgio Bolognetti che, fra XV e XVII secolo, più di altri vescovi s’impegnarono nel riassetto del complesso della Cattedrale e degli edifici della Curia e via via, fino ai tempi più recenti dell’episcopato del venerabile Massimo Rinaldi, che nel 7° centenario della morte di san Francesco d’Assisi promosse la realizzazione del monumento concepito dal giovane artista Giordano Nicoletti come ieratica immagine del Poverello benedicente che poggia i piedi nudi sulla roccia evocativa dei santuari della valle reatina.

Nel Bollettino francescano di Rieti per il VII centenario di S. Francesco pubblicato nel 1926, il politico, giornalista e scrittore cattolico Filippo Crispolti, raffinato cultore d’arte sacra, auspicava che nell’erigendo monumento al santo venisse impressa la data dell’erezione, poiché «il pregio perpetuo sarà in quella data; nell’indicare la rinascita dei tempi in cui la stessa celebrazione civile dei santi ritornò possibile, piacque nuovamente ad uomini di ogni parte, riparò vecchi torti ed auspicò, per la piccola e per la grande patria, le più eccelse armonie degli animi ». Lo stesso vescovo Rinaldi aveva voluto che per il basamento della statua fosse scelto un masso del monte Lacerone, capace di suggerire ed esaltare la relazione profonda maturata da frate Francesco con la valle tanto amata. Il ripensamento dei moderni progettisti sembra intervenire anche sul monumento francescano modificandone proprio la base che sarà inscritta in un’aiuola a raso, forse nell’intento di evocare la dimensione spirituale delle Laudes creaturarum, troppo spesso confusamente interpretata come una sorta di manifesto ecologico, tanto affascinante quanto remoto dalla concezione e dalla sensibilità del santo di Assisi.

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