Successo al Flavio per lo spettacolo dell’Istituto Magistrale su testi di Anna Maria Ortese

Lunedì 28 maggio al Teatro Flavio Vespasiano gli studenti del laboratorio teatrale dell’Istituto Magistrale “Elena Principessa di Napoli” hanno rappresentato lo spettacolo “Creature bizzarre e dolcezze negate”, adattamento di 4 racconti di Anna Maria Ortese: Un paio d’occhiali, L’incendio, Di passaggio, Il Monaciello di Napoli.

I ragazzi hanno interpretato e realizzato interamente la rappresentazione. La cura, affidata all’associazione culturale “riCREAzione”, ha visto Nella Patrizia Clementini alla direzione artistica, Andrea Scappa a drammaturgia e regia e Eugenia Rossi al coordinamento realizzazione scene.

Anna Maria Ortese è una gigantessa misconosciuta della letteratura italiana e si inserisce perfettamente nel percorso di ricerca seguito dal laboratorio teatrale attraverso le scrittrici del 900.
Ai quattro atti unici si sono alternate le performance di alcuni alunni del liceo musicale, che per la prima volta hanno collaborato allo spettacolo. Flauto, violino, percussioni e voci hanno eseguito brani classici e canzoni napoletane o pop.

All’inizio viene evocato il pensiero della stessa autrice, che guarda alla Terra come “corpo celeste”, e introduce lo spettatore a quello che lo aspetta. Ad attenderlo c’è la vita di Napoli, il suo brulichio così ben raccontato dalle opere della Ortese. Questa energia è però incanalata da una scenografia simmetrica fatta di poliedri da cui gli attori escono o si riparano, come negli stretti vicoli dei quartieri partenopei. Le linee dipinte sulle strutture sono invece magmatiche e possono ricordare le crepe di un vecchio palazzo o i riflessi del mare, quel mare che non bagna Napoli secondo la scrittrice.

Quella descritta è una Napoli abitata da sconfitti: orfani, poveri, malati. A Eugenia viene continuamente rinfacciato che gli occhiali di cui ha bisogno costano 8000 lire. Ma la sconfitta assume proporzioni metafisiche: alla ragazza viene detto che Dio l’ha fatta “non bella e già vecchia” per preservarla. In fondo anche gli occhiali (insetto lucentissimo) non sono un premio perché “il mondo è meglio non vederlo”. Nell’interpretare questi personaggi la recitazione degli studenti trasmette con spontaneità la loro tenerezza, come solo degli adolescenti possono fare.

Anche la speranza sembra esistere solo come numero della smorfia: “Un figlio senza padre a chi deve assomigliare?”. L’ironia è spesso amara e rivela la crudeltà dei pochi ricchi (“I poveri sono i veri signori perché senza pensieri”) o quella dei costumi sociali (“È brutto essere uomini perché non devi avere sentimenti”).

Ma la Napoli della Ortese è anche piena di vitalità e meraviglia. Eugenia quasi sviene dalla vertigine quando finalmente mette a fuoco lo spettacolo dei mille balconi del quartiere. Emiliuccio, che adesso lavora in Germania, è estasiato dal “cielo di smalto” della città. “La vita è prima dell’uomo e chiede di essere amata” ammonisce nel finale la voce che incarna le idee della Ortese, concludendo con un appello universale che racchiude un po’ tutto il suo pensiero: “Amate e difendete il libero respiro”.

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