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Striscia di Gaza, suor Tighe (Caritas Gerusalemme): «Porre fine all’embargo, la violenza non può essere la soluzione»

Sale la tensione nella Striscia di Gaza dove si susseguono lanci di razzi contro Israele che risponde bombardando postazioni militari di Hamas: le condizioni della popolazione, due milioni di persone, sono drammatiche

Sale la tensione nella Striscia di Gaza dove si susseguono lanci di razzi contro Israele che risponde bombardando postazioni militari di Hamas. Le condizioni della popolazione, due milioni di persone, sono drammatiche. “I gazawi sono in mezzo a due conflitti: Hamas contro Israele, Hamas contro Fatah. Non hanno nessuna speranza di futuro” si legge in un articolo nell’ultimo numero di Italia Caritas (IC) che dedica ampio spazio a quanto accade nella Striscia. L’appello di Caritas Gerusalemme: “Porre fine all’embargo. La violenza non può essere la soluzione”.

Gli abitanti di Gaza sono in mezzo a due conflitti: Hamas contro Israele, Hamas contro Fatah. Non hanno nessuna speranza di futuro, non credono più nella riconciliazione interpalestinese né tanto meno nel processo di pace con Israele. I più giovani crescono covando rabbia, hanno visto solo guerre e scontri, sono costretti a vivere in condizioni impossibili, senza mai poter uscire oltre il muro che li imprigiona, incapaci di socializzare con il resto del mondo. Così, disperati, protestano al confine, quasi suicidandosi”.

È quanto si legge sull’ultimo numero (agosto-settembre) di Italia Caritas (IC) che dedica un ampio servizio alla situazione nella Striscia di Gaza dove in queste ultime ore la tensione è altissima.

Razzi e raid aerei. La notte scorsa attacchi kamikaze, attribuiti all’Isis, sono stati condotti contro due check point a Gaza city, provocando la morte di tre poliziotti. Hamas, che controlla la Striscia, ha dichiarato lo “stato d’emergenza”. Continua, inoltre, il lancio di razzi contro Israele. Quest’ultimo ha risposto con raid aerei che hanno colpito una postazione dell’organizzazione islamista. A complicare ulteriormente la situazione sono le proteste, ogni venerdì, della “Marcia del ritorno” dei palestinesi iniziate nel marzo 2018. Il ministero della Sanità palestinese ha denunciato l’uccisione, in un anno di proteste, di 271 persone, di cui 44 minori, e il ferimento di 16.656. Caritas Gerusalemme è in prima linea nella cura dei feriti: “nel 2018 ha prestato assistenza medica a 141 persone colpite da arma da fuoco durante le proteste. Sono stati uccisi anche 8 disabili; alcuni di loro erano tra le 136 persone, quasi tutti giovani sotto i 30 anni, che hanno subito l’amputazione di almeno un arto a causa dei colpi dei cecchini”. Nei primi giorni dello scorso maggio la tensione ha raggiunto un nuovo culmine – costato la vita a 4 civili israeliani e circa 25 palestinesi di Gaza, ma il numero è incerto -, con lanci di razzi e la risposta dell’esercito di Tel Aviv, che ha bombardato la Striscia, colpendo 350 obiettivi sensibili in quattro giorni.

Numeri impietosi. I numeri riportati da Caritas Italiana nel numero di IC sono impietosi: “disoccupazione a livelli altissimi; circa 8 persone su 10 sopravvivono grazie agli aiuti internazionali; 80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà”. In campo medico, si legge, “il bisogno di assistenza è sempre più grave. Caritas Gerusalemme stima che almeno 900 mila persone siano bisognose di assistenza medica umanitaria, offerta gratuitamente, in aggiunta al sistema sanitario di base, che copre i bisogni di circa 300 mila persone. Per finanziare le cure sono necessari almeno 32 milioni di dollari, una cifra non enorme, ma che purtroppo le organizzazioni non governative locali o internazionali fanno fatica a trovare”. Un recente appello di Caritas Gerusalemme, che da anni lavora nella Striscia di Gaza con due cliniche mobili, “è stato coperto solo al 50%: mancano 75 mila dollari. La scarsità di fondi è aumentata “drammaticamente” in seguito alla decisione del presidente Usa, Donald Trump, di tagliare i fondi destinati all’assistenza umanitaria attraverso l’agenzia statunitense Usaid. “Un taglio talmente importante, che lo scorso febbraio l’agenzia ha chiuso tutte le attività a Gaza e in Cisgiordania, lasciando decine di progetti umanitari senza fondi”.

“Stop embargo e aprire i valichi”. Spiega suor Bridget Tighe, direttrice di Caritas Gerusalemme: “dopo le ultime tre guerre, ravvicinate (2009, 2012 e 2014), la ricostruzione delle abitazioni e delle infrastrutture prosegue a rilento. Alcune famiglie sono rientrate in case parzialmente rifatte, altre attendono i lavori. L’energia elettrica viene erogata solo per 3 o 4 ore al giorno, insufficienti per far funzionare condizionatori e frigoriferi. La maggior parte dell’acqua disponibile non è potabile. In estate le condizioni di vita peggiorano ulteriormente, anche dal punto di vista igienico-sanitario. Soprattutto per i bambini, gli anziani, i disabili, i malati, i più deboli. Le strade sono inondate da immondizia, il sistema fognario è pressoché inesistente e i liquami sversano in mare”.

Secondo suor Tighe, “è assolutamente necessario porre fine all’embargo, aprire i valichi così che le persone possano uscire per curarsi e lavorare. Questo è ciò che desidera la stragrande maggioranza della popolazione di Gaza. Israele sarebbe assolutamente in grado di controllare e verificare ogni flusso. Caritas – ribadisce la direttrice – è contro la violenza, da qualsiasi parte essa venga.

La violenza non può essere la soluzione. Anche il blocco è una forma di violenza. Aprire i valichi e rimuovere il blocco potrebbe favorire un miglioramento delle condizioni di vita di Gaza. E allentare la tensione che si scarica su Israele”.

Daniele Rocchi per il Sir

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