Sport: lo stadio non è per i bambini

Una dura verità che anche Francesco Totti ci ricorda. Corriamo ai ripari

Un campione che il mondo ci invidia è Francesco Totti, mondiale con la Nazionale, ma soprattutto simbolo di una Roma che non ha mai voluto abbandonare nonostante le sirene miliardarie che per anni hanno fatto la coda nella sede giallorossa. Un esempio di quel calcio delle bandiere a cui i ragazzini di una certa età, oggi adulti, guardavano per immedesimarsi in un campione, in un club, e che il calcio-business di oggi ha fatalmente spazzato via. Salvo poche eccezioni, come quelle di Totti e De Rossi per la Roma o in un recente passato Maldini per il Milan, Del Piero per la Juventus o Zanetti per l’Inter.

Totti ha manifestato un desiderio: “Mi piacerebbe tanto che il calcio si riavvicinasse alle famiglie, ai bambini – ha detto -, sono loro, i più piccoli, che mettono più allegria in questo gioco: vederli allo stadio è una gioia anche per noi calciatori. Io i miei li porto, ma a volte mi dicono di aver paura”. Ecco, questa manifestazione di impotenza assoluta di un campione, che è anche un papà, che vorrebbe che i bambini potessero partecipare spensierati allo spettacolo più bello del mondo e che invece si ritrovano prigionieri di una violenza cieca, che fa decidere alle famiglie di tenerli a debita distanza”.

Questo è il vero nodo per il futuro del nostro calcio, molto più grave dello scadimento tecnico che attraversano i nostri club. La questione degli stadi più accoglienti, più a misura di famiglia, con questa legge attesa da anni che sembra sempre essere a un passo ma che non si concretizza mai, quella legata all’ordine pubblico, che in questi anni ha continuato a generare costi altissimi per la collettività, con migliaia di agenti impegnati ogni domenica (ma ormai anche di venerdì e sabato per i turni sempre più spalmati del campionato) in assetto di guerra e nonostante ciò una catena di lutti e feriti, dai vecchi casi Paparelli e Spagnolo fino alla recente tragedia dell’Olimpico nella scorsa finale di Coppa Italia, dovrebbero permetterci di fare una serie riflessione su un fenomeno che è esistito anche ad altre latitudini (vedi hooligans in Inghilterra), ma che gli altri Stati sono comunque riusciti a debellare. Invece da noi, ogni volta che accade qualcosa, cominciano le polemiche sui giornali, scattano arresti anche copiosi ma effimeri e poi si volta velocemente pagina, quasi ci fosse un’assuefazione al fenomeno.

L’ultimo esempio arriva dalla partita di San Siro tra azzurri e Croazia, che l’arbitro ha dovuto interrompere due volte per lancio di fumogeni, seguita poi dall’immancabile guerriglia urbana con diversi ultrà croati finiti in manette. Anche nell’amichevole molto più pacifica di tre giorni dopo con l’Albania a Genova, il fatto che però ci siano state due invasioni di campo da parte di altrettanti tifosi ospiti, dimostra che il fenomeno continua a non essere sotto controllo da parte delle nostre autorità. Ecco perché l’appello di Totti non va lasciato nel vuoto: lo dobbiamo ai nostri bambini, ai quali spesso trasferiamo la nostra passione sportiva, ma con molta più fatica riusciamo a renderli responsabili di una cultura sportiva eticamente corretta, che non inveisce contro l’avversario, che non è fatta di insulti ma di gioia verso uno sport che dovrebbe unire, non dividere. Fare uno sforzo tutti insieme perché ciò accada è fondamentale, prima che sia troppo tardi.

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