Ue: solidarietà parola da ritrovare. Con un supplemento di progetto

La crisi dell’Europa viene da uno smarrimento culturale e spirituale dell’uomo europeo che è preceduto e accompagnato dall’eclissi della coscienza. Occorre dunque coraggio, cioè un moto del cuore capace di ridare vigore a un corpo malato e stanco. Le preoccupazioni dei cittadini, il ruolo della politica. E i segnali di speranza non mancano

L’immagine che, più di altre, potrebbe descrivere oggi la realtà europea è quella di una signora che cammina lentamente sul viale del tramonto. Non è detto che questa persona sia anziana, perché non è sempre l’età a determinare il calo della forza, dell’entusiasmo, della voglia di costruire alternative.
Non è però il caso di fare confronti tra generazioni; è invece importante capire i motivi di un male trasversale quale è la stanchezza interiore che si trasforma in sfiducia in se stessi e negli altri.

L’Europa da tempo ha un respiro in affanno

e quanto sta accadendo, al suo centro come alla sua periferia, non aiuta a riportare la respirazione ai ritmi regolari.

È un tema, questo, evocato anche dal cardinale presidente Angelo Bagnasco nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei, quando ha sottolineato la necessità di “un di più di Europa” da realizzarsi attraverso “un’armonia superiore” propria di una “comunità spirituale europea”.
Difficile trovare appigli per non venire trascinati dal fiume degli “ismi” (populismi, nazionalismi, razzismi…) che esonda e increspa le acque dell’opinione pubblica depositando, come detriti, fatti e problemi che provocano paura e chiusura. Eppure questo è il momento di resistere all’urto per non lasciare che l’Europa venga sommersa e sparisca, con essa, un riferimento importante per la navigazione della storia.
Non c’è bisogno di documentare il rischio: lo racconta ogni giorno la cronaca internazionale. Basta guardare a Medio Oriente e Africa per avvertire, come un colpo di frusta alla coscienza, la domanda di persone massacrate e umiliate: “Europa dove sei?”.
Non serve ritornare ai “padri” per trovare una risposta perché i “padri” l’hanno iniziata con la speranza che i figli e i nipoti la portassero a compimento.
Non serve neppure tornare alla storia se poi la si riduce a un racconto e non la si eleva a memoria generativa di pensieri, progetti e percorsi.

Si è puntato sull’allargamento della casa comune europea ma, mentre si chiedeva ai nuovi entrati di capire le ragioni della solidarietà, ci si accorgeva che i primi abitanti della stessa casa le avevano smarrite.
Allora non si può dire che esistono un’Europa madre e un’Europa matrigna perché l’Europa sono gli europei e la crisi più profonda di cui è prigioniera l’Europa non viene da fuori. Viene da uno smarrimento culturale e spirituale dell’uomo europeo che è preceduto e accompagnato dall’eclissi della coscienza.
Certamente non tutto è perduto e arrivano anche oggi incoraggianti messaggi di speranza e di fiducia.Ma a queste parole e a questi fatti positivi se ne affiancano altri di segno diverso, se non opposto, che hanno una presa fortissima in un’opinione pubblica disorientata e impaurita. La ripresa dell’Europa non dipenderà forse dall’esito del confronto tra queste parole diverse? Non dipenderà forse dall’esito del confronto tra un realismo aperto e solidale e un realismo difensivo e diffidente?
Questo confronto non esige forse dai vertici politici e culturali il coraggio di rispondere alla “crisi esistenziale” dell’Ue con supplemento di pensiero e di progetto e non solo con l’internet senza fili in tutte le aree pubbliche dell’Unione?
Si aspettava al riguardo una risposta, o un inizio di risposta, dal vertice tenuto a Bratislava il 16 settembre dove si è ripetuto più volte che “dobbiamo stare uniti”. Uniti per quale obiettivo?
Si è già scritto che non è giusto chiederlo a Spinelli, Monnet, Schuman, De Gasperi, Adenauer, Delors… Hanno già detto che non si può fare un’Unione europea piccina, piccina. Allora a chi chiedere?
Ecco la questione di fondo.

Occorre rifondare – come ripete Papa Francesco – il pensare politico e l’agire politico in Europa e per l’Europa

chiamando a raccolta le intelligenze, giovani e non giovani, che credono, nonostante tutto, nella solidarietà di fatto e la pongono come l’obiettivo da raggiungere per dare vita a un nuovo ordine mondiale, oltre che europeo.
È, questa, un’utopia oppure è la profezia resa visibile nei giorni scorsi ad Assisi con l’incontro di uomini e donne di diverse religioni? La pace e la giustizia, richiamate in un momento in cui terrorismo, guerre, fughe in massa dalla distruzione devastano persone e popoli, si fondono in un’unica parola: solidarietà.
Una parola da ritrovare in Europa e per l’Europa prima che sia troppo tardi… Solo così il viale del tramonto potrà trasformarsi nel viale verso il mattino. Occorre coraggio, occorre un moto del cuore capace di ridare non emozioni ma vigore a un corpo malato, stanco. Eppure ancora vivo.

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