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Siria, gli Usa dicono no a un’operazione militare della Turchia

Per il cardinale Zenari, nunzio apostolico in Siria, questi ultimi eventi "complicheranno di più l'instabilità di questo martoriato Paese": l'intervista ad Alberto Negri

Nessun ritiro delle truppe Usa dalla Siria: verranno ricollocati in altre basi solo 50-100 uomini delle forze speciali”. Lo chiarisce l’amministrazione Trump in merito alla situazione del nord della Siria e dopo le minacce di invasione da parte della Turchia. “Non c’è nessuna luce verde nei confronti della Turchia per un massacro dei curdi: a dirlo è da irresponsabili”, sottolinea un funzionario Usa. Ieri la Casa Bianca, dopo una telefonata tra Trump ed Erdogan, aveva annunciato che Ankara “attuerà presto la sua operazione militare pianificata da tempo nel nord della Siria”. Ma gli Usa appunto non si ritireranno da quella parte del Paese, si limiteranno a ricollocare al massimo un centinaio di soldati. E poi da Washington le minacce dirette alla Turchia. In un tweet Trump afferma che, se la Turchia farà qualcosa che lui riterrà superare i limiti, annienterà la sua economia.  Nella notte, comunque, il ministero della difesa di Ankara ha comunicato che tutti i preparativi per un’operazione  militare turca nel nord della Siria sono conclusi. L’obiettivo è creare una “zona di sicurezza” al confine tra i due Paesi per la stabilità della regione.  Le Nazioni Unite si stanno preparando al peggio. Il coordinatore Onu per le operazioni umanitarie in Siria, Panos Moumtzis, ha detto che la priorità delle Nazioni Unite è che qualsiasi eventuale azione della Turchia non abbia conseguenze sul piano umanitario.

La forte preoccupazione del cardinale Zenari

Per il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, “Il Medio Oriente è diventato una polveriera, un ciclone in mezzo al quale si trova la Siria. Questo complicherà di più l’instabilità di questo martoriato Paese”.  “Il conflitto siriano – ha commentato all’Agenzia Sir – ci sta riservando delle sorprese sempre più amare da nove anni a questa parte complicandosi in modo imprevedibile. Nessuno, infatti, avrebbe mai potuto prevedere quanto è accaduto dal 2011 ad oggi. Speriamo – ha concluso il nunzio – di non trovarci di fronte ad un’ulteriore escalation di tensione e violenza”.

Negri: l’avanzata dei turchi creerà altra instabilità in Siria

Su quanto sta accadendo in Siria e sulle possibili evoluzioni sul terreno, Elvira Ragosta ha intervistato Alberto Negri, giornalista, scrittore e consigliere Ispi.

R. – Non stiamo parlando di dazi, di denaro, ma della vita di migliaia e centinaia di migliaia di persone, di una situazione geopolitica delicatissima. Poi naturalmente quello che succede in Siria lo vedremo.

Alla luce di quanto accaduto, qual è lo scenario prevedibile?

R. – Secondo me sarà l’avanzata dei turchi. Anche perché il 7 agosto scorso c’è stato un accordo fra gli Stati Uniti e la Turchia proprio su questa famosa fascia di sicurezza a est dell’Eufrate, profonda 32 km e lunga 480 km. In base a questo accordo, le truppe turche dovrebbero entrare in questa fascia di sicurezza destinata a respingere ulteriormente dentro il territorio curdo del Rojava le milizie, l’esercito curdo, come vogliamo chiamarlo, che in questi anni ha combattuto contro l’Isis alleato degli americani.

Questa zona di sicurezza sarà garanzia di stabilità per la regione secondo te?

R. – No, secondo me, no. Innanzitutto questa zona di sicurezza in un certo senso non è soltanto prodotto dei negoziati tra gli Stati Uniti e la Turchia ma in parte è stata avallata anche dagli europei. La Germania, qualche giorno fa, ha mandato una sua delegazione ad Ankara, insieme a un’altra delegazione europea, per negoziare con Erdogan un montante di soldi superiore a quello che era già stato destinato in precedenza dall’Unione europea, cioè 6 miliardi di euro, perché Erdogan si tenga i profughi. In qualche modo questa delegazione tedesca ha approvato, senza neppure capire o sapere che poi lo stava dicendo e facendo, proprio questa fascia di sicurezza che sarebbe destinata non soltanto a ricacciare le milizie curde ma anche a essere utilizzata come territorio per far insediare i profughi siriani circa 3 milioni e mezzo che sono in Turchia. Questo è l’obiettivo di questa fascia di sicurezza ma una fascia di sicurezza così concepita, è evidente e chiaro a tutti, che sconvolge gli equilibri demografici, etnici di questa regione del nord del Rojava, cioè del nord della Siria, cioè di uno Stato e probabilmente destinato ad alimentare ulteriore stabilità.

C’è la preoccupazione dell’Onu per le conseguenze umanitarie, quale potrebbe essere il pericolo?

R. – Innanzitutto se c’è un conflitto, come tutti i conflitti, questi provocano la cacciata delle persone dalle loro case. In questo caso se i curdi non riescono a resistere, se gli americani non si interpongono tra l’esercito turco e le milizie curde, avremo dei morti, avremo dei profughi. Attenzione che l’accordo del 7 agosto prevedeva tra l’altro che le truppe turche e quelle americane facessero dei patteggiamenti congiunti. E non solo, era stato ottenuto che le milizie curde smantellassero già alcune posizioni militari, quindi in qualche modo lasciando ancora più indifesa la popolazione dell’area del Rojava e i curdi avevano accettato perché pensavano che le truppe americane si interponessero tra loro e l’esercito turco, se questo non avverrà perché ancora non abbiamo alcuna certezza di quello che faranno veramente gli Stati Uniti, ebbene si tratterà davvero di un fallimento vero e proprio.

Quale futuro per i curdi nella regione?

R. – I curdi avevano già tracciato un futuro nella regione piuttosto interessante perché le istituzioni, la costituzione del Rojava, le leggi del Rojava, erano andate ad esempio verso la parificazione dello status tra uomo e donna, per la protezione delle minoranze, per una rappresentatività anche nelle istituzioni del Rojava sullo stile di uno Stato laico, secolarista e democratico più simile a quello europeo che a tutti gli altri Stati della regione. Nel Kurdistan, nel Rojava, non si sta giocando soltanto il futuro dei curdi ma la possibilità anche futura di avere una maggiore stabilità per tutto il Medio Oriente

C’è ancora un pericolo del sedicente Stato islamico in Siria?

R. – C’è sempre perché le condizioni non sono quelle di una stabilità della regione. Pensate soltanto a quello che sta accadendo in questi giorni in Iraq con le manifestazioni dei giovani contro la disoccupazione, contro la corruzione che hanno preso di mira il governo. Tutti questi giovani, soprattutto, nelle zone sunnite possono diventare potenziali reclute dello Stato islamico come di altri gruppi jihadisti. Sacche dell’Isis ci sono ancora in Siria, ma soprattutto ci sono ancora molti gruppi jihadisti ancora nella provincia di Idlib e ad Idlib stessa, si parla di 40 mila combattenti. In alcuni momenti si è detto: cosa farà la Siria nel caso di invasione dell’esercito turco? Probabilmente non agirà perché ci sono stati accordi tra Russia, il maggiore protettore di Assad, la Turchia e l’Iran e soprattutto perché Assad in questo momento è impegnato alla riconquista di Idlib che ritiene molto più strategica del Rojava.

Da Vatican News

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