«Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna»

Le parole di san Giovanni Paolo II, riportate in apertura del messaggio dell’XI GMG Diocesana del 1996, esprimevano l’atteggiamento di fondo che Egli viveva e intendeva comunicare ai giovani. Il desiderio dell’incontro, la gioia del donare, la ricerca del reciproco sostegno nel rinfrancare la fede comune, «riassumono il sentimento con cui mi rivolgo a voi tutti, iniziando l’itinerario di preparazione all’ XI Giornata Mondiale della Gioventù».

Parole semplici e efficaci, dirette ai giovani del mondo e in particolare «verso i giovani coinvolti in prima persona nei troppi drammi che ancora lacerano l’umanità: quelli che soffrono per la guerra, le violenze, la fame e la miseria, e che prolungano la sofferenza del Cristo, il quale è vicino con la sua Passione all’uomo oppresso sotto il peso del dolore e dell’ingiustizia». Nel messaggio preparatorio il Pontefice presentò ai giovani un “progetto d’azione” caratterizzato da tappe ben delineate, in vista del Grande Giubileo che si sarebbe celebrato nel 2000.

Se infatti nel 1997 tutta la Chiesa venne chiamata a riflettere sul tema “Maestro dove abiti?” (Gv 1, 38-39), nel 1998 approfondì “Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa” (Gv 16,27), per continuare nel 1999, con le parole del versetto 14 del primo capitolo di Giovanni “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Si trattò quindi di un invito a prepararsi alla grande festa del passaggio al nuovo millennio, per riconoscere nel Signore Gesù, il Dio di sempre, capace di accompagnare l’uomo lungo il corso della storia. Ecco il tema che il Papa riprese nel seguito del messaggio: «la storia è lo scenario del nostro impegno di ogni giorno», è dovere dell’uomo, del cristiano, vivere nella storia, accanto agli altri uomini con i quali condividere ansie e speranze. «Il cristiano è, e deve essere, pienamente uomo del suo tempo.

Egli non evade in un’altra dimensione ignorando i drammi della sua epoca, chiudendo gli occhi e il cuore alle ansie che pervadono l’esistenza». Guidati dalla Carità, tutti siamo inviati a costruire la storia, «per riaffermare con vigore la “civiltà dell’ amore” che – unica – può spalancare agli uomini del nostro tempo orizzonti di autentica pace e di duratura giustizia nella legalità e nella solidarietà».

Il richiamo all’impegno e alla testimonianza personale fu forte e autorevole, chiedendo espressamente un’opposizione alla “disfatta della civiltà”. «Occorre innanzitutto che da voi giovani giunga una testimonianza forte di amore per la vita, dono di Dio; un amore che si deve estendere dall’ inizio alla fine di ogni esistenza e deve battersi contro ogni pretesa di fare dell’uomo l’arbitro della vita del fratello, di quello non nato come di quello sulla via del tramonto, dell’handicappato e del debole».

Il grande Papa sintetizzò la richiesta che fece ai giovani, dicendo loro di divenire “profeti della vita”, capaci di ribellarsi all’idea che la persona possa essere considerata uno strumento e non un fine, alla civiltà dell’egoismo che sacrifica la dignità e i sentimenti in nome del profitto. «È nei momenti difficili, nei momenti della prova che si misura la qualità delle scelte. È dunque in questa stagione non facile che ognuno di voi sarà chiamato al coraggio della decisione. Non esistono scorciatoie verso la felicità e la luce». Questa luce, questa felicità, ha solo un nome, il Cristo, l’unico verso il quale possiamo andare, l’unico che attende tutti e ognuno «per guidarci oltre i confini del tempo nell’ abbraccio eterno del Dio che ci ama».

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