Si può risparmiare sulla salute?

Il direttore dell’Ufficio Pastorale della Salute della Diocesi di Rieti Nazzareno Iacopini ha lanciato un allarme sulle logiche che stanno trasformando la Sanità pubblica locale. Lo abbiamo incontrato per capire meglio e approfondire il discorso.

Nazzareno, il tuo comunicato attorno alla fase di profonda difficoltà che sta attraversando la sanità reatina ha suscitato profondo scalpore…

Sì, stiamo ricevendo un numero incredibile di chiamate di solidarietà e condivisione del messaggio che abbiamo lanciato. Evidentemente la nostra lettura, fatta a partire dal punto di vista cristiano sulla sofferenza e la malattia, è ampiamente condivisa nell’esperienza di molti nella nostra società. Il problema rimane l’accoglimento di queste istanze da parte delle istituzioni.

Si tratta di realtà che debbono comunque far fronte al deficit della sanità, un problema reale che va affrontato.

Siamo d’accordo, il cristiano non è che viva in un sogno, del tutto alieno dalla società. Quello che ci preme far comprendere è che la risoluzione dei problemi economici del sistema sanitario non può essere fatto a spese della dignità dei malati.

Ci fai un esempio?

Circa venti giorni fa, si è presentata al De’ Lellis una persona affetta da gravi disabilità. Arrivata al Pronto Soccorso alle 8 del mattino, non ricordo se accettata con codice rosso o giallo, ha dovuto attendere fino alle ore 19 prima di essere ricoverata in geriatria. Undici ore di attesa che non hanno fatto risparmiare un centesimo al sistema sanitario, ma hanno umiliato una persona in difficoltà. Sappiamo bene che al Pronto Soccorso queste situazioni sono la normalità: è un nodo che da anni non si riesce a sciogliere e non è il solo. Pochi giorni fa, ad esempio, è arrivato nel mio ufficio un uomo con un appuntamento per la risonanza magnetica fissato per il 9 settembre 2012. Anche qui non è questione di costi. Dire a una persona che deve attendere un anno per un esame da cui dipende la sua salute, ne offende la dignità, perché l’allungamento dell’attesa per prestazioni diagnostiche e terapeutiche oltre ogni ragionevole possibilità di una loro efficacia, mortifica il suo stesso essere uomo, lo si consideri o meno immagine di Dio.

Certo che i tempi di attesa sono un paradosso in un tempo in cui il sistema sanitario è dominato dal paradigma dell’efficienza tecnologica…

C’è certamente una crescita di bisogni, che tende a mettere in crisi il sistema. Il problema non è certo l’inefficacia tecnica degli strumenti. Semmai è il progressivo assottigliamento della loro disponibilità. È evidente che non si può risparmiare né in attrezzature tecnologiche, né tantomeno in risorse umane in grado di farle funzionare se si ha come scopo la salute pubblica. Se invece lo scopo del sistema sanitario è il risparmio non ci resta che tacere.

Intendi dire che l’assistenza sanitaria, più che un semplice servizio, è una questione di civiltà?

Certo. Potrei rispondere citando un passo del Vangelo, ma correrei il rischio di sentirmi dire che la mia è una visione di parte, ideale, magari bella e alta, ma inadatta al contesto attuale. Tutti i cittadini però, hanno un patrimonio comune nella Costituzione, che all’articolo 32 dice:

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

Non è qualcosa cui si possa derogare per problemi di spesa. Ciò detto, non si vede perché l’uomo di fede non possa intendere il servizio sanitario nazionale come massima possibilità nella società di esprimere la solidarietà e l’amore verso i sofferenti.

Quale che sia il punto di vista, insomma, la cura dell’uomo non può essere soggetta a logiche di potere, che fanno della salute un semplice mercato delle prestazioni…

Ma sì! Come si può tollerare, ad esempio, che stesse cure ragionevolmente ottenibili vicino alle proprie case e affetti, con sempre maggiore frequenza debbano essere ricercate altrove? A tal proposito, la sorte toccata agli ospedali di Amatrice e di Magliano dimostra chiaramente i danni che causa una visione efficientista e utilitarista del servizio sanitario. La salute e la malattia non sottostanno certamente a criteri economici, a dispetto dei desideri delle amministrazioni e di tutti i parametri di spesa che si possiamo inventare.

Certamente sono ragionamenti comuni a tanti.

È vero, il nostro comunicato ha intercettato la sensibilità degli ambiti più disparati della società civile, ma ci ha molto stupito il numero di chiamate di solidarietà provenienti dai medici e dagli infermieri e da quanti lavorano, anche volontariamente, attorno ai problemi dei sofferenti. Per altro, oltre al merito del ragionamento, tutti hanno apprezzato che finalmente la Chiesa abbia preso posizione rispetto alle logiche imperano sul riordino sanitario.

One thought on “Si può risparmiare sulla salute?”

  1. maria laura petrongari

    Il pianeta sanità a Rieti provincia dovrà essere ricostruito.Tutti ci siamo passati attraverso esperienze di sofferenza come quelle di un ricovero e talvolta si soffre di più a vedere ritardate le cure o ad essere trattati con metro burocratico.Se pensiamo alla carenza di mezzi economici che non rendono fluida la resa del servizio come si dovrebbe occorre ricordare che noi cittadini siamo contribuenti della sanità e siamo anche i datori di lavoro dei dirigenti ospedalieri, dei nostri medici e di tutti gli infermieri che lavorano per noi i quali pertanto sono al nostro servizio.Questa ottica di cui non sono consapevoli i singoli cittadini, dovrebbe essere sempre tenuta presente. Ciò conferisce a ciascuno il diritto di rilevare le inefficienze e di denunciarle. Poi possiamo anche avanzare proposte.Ma ciò conviene fare attraverso forme e soggetti aggregati così da potenziare la forza di intervento. Ma giustamente la malattia non si può gestire riducendo gli interventi ad un problema di costi ma bisogna esigere un protocollo di umanità che è imprescindibile per ogni trattamento.In generale le persone che partecipano a qualunque titolo alla resa delle cure sanitarie dovrebbero essere continuamente formate e verificate sulla permanenza nelle stesse di una volontà di totale servizio e di eroico atteggiamento di disponibilità umana nei confronti del paziente come pure di estrema pazienza e premura nei confronti del cittadino che fa semplicemnte una fila ad uno sportello sanitario .Nessuno obbliga qualcun altro ad abbracciare la professione sanitaria o parasanitaria o ad occuparsi di amministrazione o direzione amministrativa in strutture e apparati sanitari pubblici o privati. Occorre alla base una vocazione.E se col tempo la vocazione si attenua per i più svariati motivi oppure viene messa a rischio da altri è bene che si cambi strada.Spesso ci si trova di fronte a dipendenti ed operatori stressati, stanchi, amareggiati , per i più motivi vari.E’ una condizione lavorativa la loro, di particolare sovraesposizione.Ma quando a rimetterci sono i pazienti la cosa non è più accettabile. I costi della finanza pubblica stanno rovinando l’umanità delle persone.E’ addirittura vero che talvolta chi è malato ha paura, paradossalmente , di entrare in un ospedale. Ha diffidenza e teme il peggio!! Lo sente non amico a priori. Oppure se lo ritiene amico sente di correre il rischio di cadere sotto…il fuoco amico.Occorre la collaborazione di tutti e noi cristiani non dobbiamo fare come Pilato lavandoci le mani del problema, che è sociale,ma proprio per questo è problema di tutti e non di nessuno.Diamo la nostra testimonianza sociale e di fede per far migliorare le cose.

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