Scuola: compito in classe senza misteri

Il Tar della Puglia dà ragione al papà che vuole leggerlo.

La sentenza recente del Tar della Puglia con la quale è stato ribadito il diritto di un padre di accedere a un compito in classe della figlia, che la scuola non gli aveva potuto consegnare, apre una serie di interessanti scenari sul rapporto tra scuola e famiglia.

Il “casus belli” riguarda una scuola di Nardò, in provincia di Lecce. Un padre aveva fatto richiesta di poter visionare il compito in classe di italiano della prova d’esame di terza media sostenuta dalla figlia. La ragazza aveva preso 10 e lode, ma la scuola non aveva voluto mostrare il compito al genitore. Il Tar, cui è ricorso il papà, ha infine imposto alla segreteria della scuola di consegnare l’elaborato.

C’è da stupirsi, forse, che accadano episodi di questo genere. Perché negare un compito in classe a un genitore? La scuola avrebbe ragionato in questo modo: poiché la ragazzina ha avuto un ottimo risultato, non ci sarebbero stati motivi di “tutela” e dunque la richiesta del padre non avrebbe avuto motivazione. Ma il Tar sottolinea che “indipendentemente dal notevole successo scolastico riportato dalla figlia, l’esercizio della potestà genitoriale implica senz’altro la possibilità di esercitare una vigilanza sugli orientamenti culturali che una minorenne va formandosi attraverso il consueto percorso scolastico”. E dunque ecco l’importanza dell’accesso al compito. Questo, rimarca il tribunale, significa “concedere al genitore attento la possibilità di aver cognizione piena dei gusti, delle aspettative, degli orientamenti culturali che una minore va acquisendo e sviluppando in un ambiente chiamato a compartecipare alla crescita e alla maturazione dell’individuo, incluse aspettative di vita che spesso sfuggono ad un sano dibattito in ambito strettamente famigliare”.

E qui siamo al nodo cruciale, cioè al rapporto scuola-famiglia all’interno di un processo educativo condiviso, in modo particolare in quegli anni della scuola elementare prima e della “media” poi, particolarmente delicati per lo sviluppo del bambino e dell’adolescente (senza nulla togliere, naturalmente, a quanto avviene nelle superiori). La frase abusata sulla collaborazione educativa trova qui un’esplicitazione evidente. La scuola, con le sue caratteristiche, le sue attività, le relazioni che ospita e che sviluppa, le competenze che promuove… è ambiente educativo fondamentale, che si affianca (e per certi versi supera per protagonismo) a quello familiare, nel quale tuttavia risiede (o dovrebbe risiedere) il “pallino”, cioè la responsabilità primaria in ordine all’educazione dei figli. Per cui i genitori “scelgono” la scuola (meglio: dovrebbero poter scegliere), si relazionano con i docenti e con tutti gli altri operatori, si misurano su un “piano dell’offerta formativa”. Assistono – e partecipano a loro modo – ad un processo di crescita che si gioca in gran parte fuori casa, anche lontano dai loro occhi. L’interazione scuola-famiglia non è fatta soltanto di report sui buoni o cattivi risultati in ordine alle materie studiate (i voti), ma principalmente dall’osservazione/condivisione di un processo di cambiamento nel quale i più piccoli sono protagonisti. Non per una esigenza autoritaria di “controllo””, ma per comprendere meglio cosa accade, nell’interesse del processo di crescita del minore.

Sta qui il senso della curiosa sentenza pugliese e rimanda non tanto a necessità burocratiche – i compiti in classe come atti ufficiali, pubblici – quanto piuttosto a un modo di vedere e “”fare” la scuola, la Buona Scuola. Che interpella genitori e società insieme.

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