Epifania

Sapienti e inquieti, nel ritratto dei Magi tre stelle da seguire: autenticità, semplicità, generosità

Personaggi sapienti e inquieti, ma che appaiono pure un po’ sprovveduti nel loro rivolgersi ad Erode. È il ritratto dei Magi tracciato dal vescovo Domenico, con l'aggiunta di tre stelle da seguire: autenticità, semplicità, generosità

Personaggi sapienti e inquieti, ma che appaiono pure un po’ sprovveduti nel loro rivolgersi ad Erode. È questo il ritratto dei Magi tracciato dal vescovo Domenico in occasione della messa che ha presieduto in Cattedrale nel giorno dell’Epifania del Signore.

La sapienza che genera inquietudine

Ma la loro domanda: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?», svela una qualità «assai rara»: i Magi sono infatti «dei sapienti che non si accontentano di studiare il cielo, ma si interrogano pure sul suo senso. E quando vedono sorgere una stella di particolare intensità, intuiscono che si tratta di un segno messianico». Per questo seguono la stella: «camminando la vedono sempre meglio, fino ad arrivare a Gerusalemme, dove pongono la domanda: “dov’è?”».

«Poche – ha sottolineato mons Pompili – sono le domande importanti della vita, ma oggi si tende ad evitarle per partito preso: “tanto la vita va avanti”». Ma è proprio evitando le domande della vita: da dove vengo, chi sono, dove vado, «che senza accorgersene lentamente si muore, come chi diventa schiavo della routine, chi non viaggia, chi non legge, chi passa i proprio giorni a lamentarsi della sfortuna o della pioggia incessante».

Con il loro interrogarsi su tutto, i Magi scuotono, inquietano. Anche Erode – e con lui la stessa Gerusalemme – resta turbato dalla domanda sul re dei Giudei. Ma la sua è un’inquietudine di senso inverso, non è costruttiva come quella dei Magi: è inutile, «consiste nel timore di veder modificati i rapporti di forza, nella paura che accada qualcosa che modifichi il nostro controllo sugli altri e metta in discussione le nostre rendite di posizione». È per questa via che si «invoca il ritorno a quel che è sempre stato», ed Erode lo fa «ricorrendo alla più becera violenza».

Tre stelle da seguire: autenticità, semplicità, generosità

L’inquietudine sana dei magi consiste invece «nel voler assecondare i desideri più profondi dell’esistenza, quelli che anche noi, in rari momenti, intuiamo come stelle della nostra vita, anche se poi ci voltiamo dall’altra parte». Il vescovo ne ha fatto tre stelle: quella dell’autenticità, «che ci fa persuasi che valga molto di più essere autentico che non piegarsi a delle abitudini ipocrite»; poi la stella della semplicità, «che ci fa cogliere come la vita sia bella quando è scevra da tante cose superflue, inutili, che ci appesantiscono e ci rendono poco eleganti»; e ancora la stella della generosità, «quel desiderio che ci prende e ci fa persuasi che non possiamo essere soddisfatti quando stiamo bene noi, ma dobbiamo condividere soprattutto con chi sta all’esterno del nostro cerchio più ristretto».

Tre stelle che si specchiano nei doni offerti al Bambino. Secondo la tradizione, l’oro dice che Egli è il re, l’incenso che egli è figlio di Dio, la mirra che egli è uomo. Ma letti non dal punto di vista di chi li riceve, ma di chi li offre, «è lecito» trovare nell’oro il simbolo dell’autenticità, «perché tutti gli uomini che si affacciano all’esistenza hanno un destino felice da portare a compimento»; nell’incenso la semplicità della vita, «che ci consente di saper anche andare in alto e reagire alla legge di gravità che sempre ci tira verso il basso»; nella mirra la generosità, «la capacità di sapersi curvare con tenerezza sulle miserie dell’uomo che resta sempre fragile e sull’orlo del precipizio».

«Non è vero che Dio sia lontano dall’uomo – ha concluso don Domenico – Dio risiede nella sua autenticità, nella sua semplicità, nella sua generosità: per questo, questa sera, come si usava anche nei nostri paesi, ci auguriamo “buona pasqua epifania”, perché in realtà non si chiude il Natale, ma si riprende il cammino, e per fortuna in sua compagnia».

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