Santi, Papi e calciatori

Ci si è messo pure il pallone a sottolineare la contrapposizione tra Ratzinger e Bergoglio, tra una visione di Chiesa e il suo altro speculare, tra il rigore benedettino e il pauperismo francescano.

La finale della coppa del mondo che ha visto confrontarsi due squadre, come la Germania e l’Argentina, ha suscitato anche ironia sul web tra i due Papi in vita, uno a riposo e l’altro felicemente regnante, uno con lo zucchetto coi colori del “quarto Reich” della Merkel e l’altro con quello di uno dei Paesi della “fine del mondo”, uno del Paese più ricco dell’Europa e l’altro di uno dei Paesi più economicamente instabili del sud America.

Ma questa contrapposizione, che il cardinale Bertone, in un’intervista rilasciata a «Frontiera», ha voluto interpretare come una dialettica equilibrata e proficua, non è anche quella che vede due papati che si sono ispirati a due figure di fondatori gagliardi che hanno voluto riformare la Chiesa, ma diametralmente opposti e diversi?

Non è anche la diversità tra la stabilitas benedettina, l’obbedienza monastica, l’ora et labora, la ferrea disciplina sotto l’auctoritas dell’Abate, la grandiosa prosperità dei monasteri economicamente autosufficienti della tradizione cenobitica, lo splendore del canto gregoriano, la conservazione dei testi della cultura classica, sacra e profana, e la paupertas, l’humilitas, la cerca del cibo solo per la sopravvivenza di un giorno, la quasi anarchia del francescanesimo, almeno del primo francescanesimo?

Cosa ha vinto e chi ha vinto laggiù, se non la disciplina, il senso di appartenenza, la communio, sotto l’autorità indiscussa di un capo, la lungimiranza, il lavoro costante, il silenzio, la tradizione, rispetto a modalità più, diremmo, disinvolte?

Una squadra eurocentrica, una papa emerito convinto delle radici “benedettine” dell’Europa, dell’urgenza del dialogo tra ragione e fede, tra fede e scienza, tra storia e contemporaneità, tra antico e nuovo, e una visione più votata alla misericordia, all’inclusione, all’accoglimento di diversità e di istanze speculari e contrapposte, sembrano aver fatto ricicciare l’antico e mai sopito dilemma: cultura contro vangelo sine glossa, latino-lingue volgari, tradizione-innovazione, ricchezza-povertà, splendore-austerità, obbedienza-libertà, gerarchia-anarchia.

Non è facile a dirsi, sono forse interpretazioni peregrine, ma la tensione sempre presente nelle attività umane ed ecclesiastiche, in quelle sportive o intellettuali, spesso rimanda a questi crocevia della storia e della cultura, della teologia e della filosofia.

Il problema da porre è allora se non sia lo stile benedettino da adottare per far funzionare le cose, nella Chiesa e nella società, nell’associazionismo e nella politica; se la democrazia e la comunione che trascinano le soluzioni alle calende greche non si rivelino troppo improduttive e se un sano decisionismo di chi riveste un ruolo direttivo non sia più rassicurante e solido.

Spesso siamo pronti a sventolare la bandiera della condivisione e della comunione quando non siamo noi a dover decidere e invece a volere il decisionismo quando tocca a noi dover gestire le cose.

Un fatto sembra certo, per ora Benedetto è arrivato primo e Francesco secondo.

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