Giugno Antoniano

Sant’Antonio testimone di una fede che unisce

Nel giorno della ricorrenza liturgica di sant’Antonio, il vescovo Domenico ha guardato nel profondo dell’avventura umana del frate portoghese, per cavarne l’attualità spirituale

Nel giorno della ricorrenza liturgica di sant’Antonio, il vescovo Domenico ha guardato nel profondo dell’avventura umana del frate portoghese, per cavarne l’attualità spirituale. E in particolare è stato il carisma del comunicatore ad essere messo in evidenza dall’ambone della chiesa di San Francesco, aperta da ieri ai festeggiamenti del Giugno Antoniano. Prendendo spunto dalle letture mons Pompili ha infatti rimarcato come il talento del predicatore si fondasse sulla sua mancanza di astuzia e invidia, cioè sulla sincerità e sulla generosità.

I suoi sermoni ci paiono complessi, noiosi, lunghi, ripetitivi, «eppure Antonio fu un influencer del suo tempo». Se le folle lo seguivano, era perché dalle sue parole traspariva «la Grazia che egli ha vissuto», quella di ritrovarsi «amico di Gesù». Per sant’Antonio, infatti, la fede non è stata tanto un compendio di verità astratte, ma un rapporto diretto con il Signore. Visse «in compagnia», quasi «i simbiosi con Gesù». Ne fece «il riferimento continuo della sua vita, dal quale ha imparato a guardare al mondo con occhi diversi».

In un certo senso l’unile frate conquistò il senso stesso della fede, che «non è una verità da professare a parole, ma da realizzare nella carità del nostro vissuto». E se la predicazione di Antonio risultava efficace, era perché «si capiva che la fede non era un vestito per le grandi occasioni, ma il suo modo di interpretare la realtà, a stretto contatto con Gesù».

Ma il credito presso gli uomini del suo tempo derivava anche da un altro fattore: «egli non ha attraversato l’Europa in lungo e largo come un turista, ma piuttosto come un pellegrino». A muoverlo era «il desiderio di riannunciare il Vangelo di Gesù», quasi modellando il suo cammino sulla scorta delle indicazioni che il Maestro lasciò agli apostoli nel momento del commiato. Perché «il Vangelo da annunciare è confermato da segni concreti, tutti orientati alla qualità delle persone». Ieri come oggi rischiano di vivere divise, «schizzate».

Quando le persone «non hanno equilibrio e armonia dentro di sé – ha aggiunto il vescovo – rischiano di non capirsi, di cedere all’incomunicabilità», di lasciar avvelenare l’aria dall’eccessivo rilevo dato «alle cose materiali, che non ci nutrono dal di dentro e ci abbandonano sulla soglia della malattia». Al contrario, «Gesù ci chiede di fare attenzione alla qualità della vita, ci chiede di far capire che la fede non è solo parole, ma le cose che si fanno per rendere migliore la vita delle persone».

Oltre al rapporto diretto con Gesù, alla coerenza tra parole e opere, un ultimo dato rafforza il carisma di sant’Antonio: il suo essere «uomo aperto a tutti, ad ogni creatura». E proprio questo ulteriore aspetto della sua fedeltà al Vangelo è stato forse il ciò che ha desiderato comunicare ai suoi contemporanei. Proprio perché «ciò che unisce in profondità la vita è la dimensione spirituale, non quella materiale».

Una lezione anche per i nostri giovani: troppo spesso, infatti «Dio viene associato alla violenza», e si pensa alla fede come qualcosa che divide invece di unire. «Ma non è così, in realtà la fede è l’unico collante che ci può tenere uniti mentre tutto il resto ci contrappone».

E proprio questo, in conclusione, è il senso del richiamo voluto dai frati che hanno in cura la chiesa di San Francesco per questo Giugno Antoniano: «che la bellezza dell’incontro con Cristo rinnovi, rinfreschi, ringiovanisca i rapporti tra di noi».

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