Sant’Antonio riunisce la città. Il vescovo: «non guardiamo alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni»

Non sarà stato proprio un miracolo, ma è stato bello vedere riuniti in processione i rappresentati delle opposte fazioni cittadine dopo il duro scontro della campagna elettorale e il clima avvelenato del giorno dopo. Ed è a questa città ricompattata che si è rivolto il vescovo Domenico in chiusura di processione, invitandola ad essere feconda, a guardare alle prossime generazioni più che alle prossime elezioni

Spostata in avanti a causa dei ballottaggi delle elezioni amministrative, la giornata della Processione dei Ceri sembrava dovesse essere un punto di arrivo. E invece va presa come punto di partenza e prospettiva. Il vescovo Domenico aveva lasciato intendere il messaggio già la mattina: parlando della novità della comunità francescana interobbedienziale che da ottobre verrà a vivere a Rieti e alla quale ha affidato la custodia della chiesa di San Francesco; invitando a confidare sui più giovani; chiedendo di opporre una nuova stagione di partecipazione alla tentazione di rinchiudersi in rancorose logiche di parte o, peggio, nel privato.

La sera, per il suo discorso alla città in coda alla processione, mons Pompili ha però scelto dalle Scritture un passo inequivocabile: «L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio tra le tue braccia» (2 Re, 4, 16a). Le parole che il profeta Eliseo rivolge a una donna facoltosa, ma sterile, vestono alla perfezione la città: Rieti ha infatti «un trend demografico in caduta libera». E il fatto che ci si invecchi bene non basta a risolvere uno stallo che emerge da numerosi indici: «La crisi occupazionale, la fuga dei giovani, l’isolamento dai grandi centri».

Data la situazione, quale figlio potrà allora tenere tra le braccia la sterile Rieti? Qui, ha spiegato il vescovo, si innesta la figura di sant’Antonio: perché «il bambino che ha in braccio è la promessa di un miracolo legato a una condizione: si diventa fecondi se si vive l’accoglienza».

Il futuro della città consiste tutto in questa scelta: «Accogliere e non rifiutare, aprirsi e non chiudersi, condividere e non accumulare». È la strada percorsa a suo tempo da Antonio, ma lo stesso spirito si avverte anche per le strade della città, grazie all’esperienza delle infiorate, la cui riuscita, di anno in anno, sta proprio nella forza della collaborazione e dell’incontro, nella voglia di tenere aperte le porte per lasciar mescolare le vie alle case.

Un modo di condividere e accrescere il bene comune che sarebbe senz’altro piaciuto ad Antonio: il santo, infatti, criticava duramente l’atteggiamento opposto, quello dell’usuraio, che non condivide, ma sfrutta ciò che ha a danno del prossimo. Allora come oggi, ha spiegato don Domenico, gli usurai sono «quelli che come bisce si fanno gli affari propri e si disinteressano della cosa pubblica; quelli che ostentano moderazione, ma poi al dunque non si mettono mai in gioco: quelli sfacciati che ostentano perfino la disonestà se punta al vantaggio proprio».

Per essere una città feconda, dovremmo capire da che parte stiamo. Anche in questo, Antonio ci viene in soccorso «con un esame di coscienza semplice e concreto: cosa faccio per gli altri? Quanto mi sta a cuore la città? Che cosa sono pronto a dare perché possa rinascere?».

Domande che chiamano in causa il recente ballottaggio, «cui hanno partecipato quasi più candidati che elettori», perché, al di là di ogni divisione tra le opposte fazioni, «una domanda si impone per tutti: come fare perché Rieti possa rinascere e autenticare il suo stesso nome, che significa: madre di Roma?».

«Come», ha sottolineato mons Pompili: non «cosa fare». Perché le cose da fare le conosciamo tutti: (infrastrutture, valorizzazione turistica, centralità delle acque). Come farle, invece, sembra più problematico. Anche se le soluzioni sarebbero probabilmente a portata di mano: «Al netto delle idee e dei progetti, ciò che fa la differenza resta come siamo. E cioè se pensiamo al futuro dei figli o all’immediato presente». Lo sapeva bene un padre della Repubblica come Alcide De Gasperi: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione».

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