Sant’Anatolia, la devozione si rinnova

Un culto sentitissimo, quello della santa che la tradizione vuole martirizzata a Castel di Tora, secondo la più avvalorata tesi storiografica che colloca la città sabino-romana di Thora nella Valle del Turano.

Quest’anno è stato ancora più sensazionale lo spettacolo pirotecnico che trasforma il lago del Turano in una stupenda coreografia di luci colorate. I fuochi sul lago sparati a mezzanotte a chiusura dei festeggiamenti in onore di sant’Anatolia conquistano gli applausi di paesani e visitatori giunti per la giornata in cui culminano le celebrazioni in onore della patrona di Castel di Tora.

Un culto sentitissimo, quello della santa che la tradizione vuole martirizzata proprio qui, secondo la più avvalorata tesi storiografica che colloca la città sabino-romana di Thora in questa zona, anche se contesa dall’altro lembo della diocesi reatina, nell’alto Cicolano, che vuole l’abitato di Torano ricollegato all’etimologia dell’antica località teatro del martirio della santa, cui è intitolata la frazione di Borgorose, dove si trova il santuario che ne conserva un’insigne reliquia. In ogni caso, la venerazione della giovane, che affermò la propria dignità di donna rifiutando il matrimonio combinato e affrontando la morte per fedeltà allo sposo durante la persecuzione dell’imperatore Decio, è molto forte nel territorio. E i castelvecchiesi, al pari degli abitanti dell’alto Cicolano, gareggiano nel tributarle festeggiamenti senza risparmio di impegno e risorse.

Della risolutezza della giovane nell’affermare la propria dignità e nel non piegarsi al “pensiero dominante” di allora, con un coraggio dato dall’aver abbracciato la fede cristiana in modo convinto, ha voluto parlare il vescovo Domenico nell’omelia della Messa vespertina che, sabato pomeriggio, ha preceduto la solenne processione con l’effigie della santa. L’immagine ha raggiunto il santuario a lei dedicato costeggiando il lago. I fedeli hanno camminato dal paese fino al convento, che da casa estiva del Pontificio Collegio Greco era divenuto per tanti anni casa diocesana dei campiscuola per poi essere acquisito da un altro soggetto come casa di riposo, attività ora conclusa. L’auspicio di tanti è che, ovviamente, la Curia possa riacquisirlo definitivamente per vedervi tornare i campi giovanili che, artefice l’indimenticato don Luigi Bardotti, tanta parte hanno avuto nella storia recente della Chiesa locale.

Nel frattempo, con rescritto della Congregazione delle Chiese Orientali (il dicastero pontificio che, in quanto “superiore” del Pontificio Collegio Greco che ne è tuttora proprietario, ha competenza sulla struttura) si è decretato in via ufficiale e definitiva che la chiesa è affidata alla Diocesi. Un applauso sentito ha accolto l’annuncio di monsignor Pompili, il quale ha stabilito che nel periodo estivo vi sarà celebrata ogni sabato la Messa festiva a beneficio dei fedeli di Colle e Castel di Tora (trovandosi Villa Sant’Anatolia a metà fra i due paesi), cosa che già era partita timidamente lo scorso anno, ma che ora acquista ufficialità.

Ecco, allora, l’effigie della patrona condotta nel santuario, dove monsignor Pompili ha presieduto il canto del vespro. Dopo la lettura breve, a commento delle parole di san Paolo ai Romani e del suo invito a non temere le sofferenze confidando nella potenza di Gesù, che rese forte la fede dei martiri, il vescovo ha voluto prendere in prestito una bella testimonianza di chi, dinanzi alla tragedia, ha saputo mantenere fiducia e speranza: quella che Claudio Leonetti, giovane amatriciano che nel terremoto dell’agosto 2016 ha perduto padre, madre, sorellina e fidanzata, ha espresso nel libro intitolato Tutto il bello che c’è.

Claudio, ha detto monsignore, «pur non muovendosi da una prospettiva strettamente religiosa ci dice cose che ci aiutano a comprendere meglio la parola di Paolo: che nulla accade per caso; che il dolore non può essere messo da parte ma va “sfruttato” perché è comunque un’energia, che ci rende più svegli, più sensibili; che al male non bisogna mai aggiungere altro male».
E dunque le parole di san Paolo, «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati», sono un riferimento possibile.

Proprio i martiri come Anatolia, ha aggiunto il vescovo, ci dimostrano che «la persecuzione, il dolore, la sofferenza possono essere attraversati. E dove sta la loro forza? Sta nella consapevolezza che l’amore di Dio è sempre avanti, non è mai dietro. Noi viviamo una condizione nella quale tendiamo sempre nostalgicamente a guardare le spalle, tutti guardiamo indietro: ma questa è una mentalità fine a sé stessa. Il martire invece guarda sempre avanti. E questo è quello che dobbiamo imparare da sant’Anatolia: questa ragazza non ha guardato alle spalle, ma grazie all’amore di Cristo ha guardato avanti. Così dobbiamo fare anche noi, senza starci a leccare le ferite per il tempo passato, ma guardare la realtà di oggi, anche le cose negative, trasformandole in bene. Questo fa l’amore».

L’intensa preghiera del sabato ha preparato il campo alla ricca giornata domenicale, apertasi all’alba con le celebrazioni che hanno visto ritornare dal paese al santuario per poi ricondurre nuovamente l’effigie della santa alla chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista, dove la Messa solenne è stata celebrata da padre Andrea Stefani, guardiano del santuario francescano di Greccio, che i parroci don Sante e padre Rossano hanno poi invitato a tornare a Castel di Tora nei giorni successivi per una conferenza su sant’Anatolia. Nel pomeriggio, i vespri solenni conclusi dal canto del Te Deum, prima della tradizionale “asta” di offerte per chi, tra i paesani, avrà l’onore, dall’anno prossimo, di aggiudicarsi la custodia della statuetta che si tiene in famiglia.

 

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