Sanità 2.0: salviamo l’ospedale di Rieti

A patto di tacere la sua identità, siamo riusciti ad avere in esclusiva una intervista dall’amministratore di una pagina di Facebook che sta raccogliendo molto interesse in città. La pagina è quella di “Salviamo l’ospedale di Rieti”, che con oltre 1200 “amici” e la messa in moto di una raccolta firme sta mantenendo alta l’attenzione sul nosocomio reatino.

“Salviamo l’Ospedale”: da che cosa?

Dalla chiusura! Siamo convinti che il progressivo declassamento delle strutture sanitarie locali non si arresterà, ma continuerà ridimensionando completamente quella che è l’offerta di servizi sanitari pubblici. Le oltre 1200 persone che si sono raccolte attorno alla pagina Facebook, sono a vario titolo convinte che questa direzione non sia solo supposta, ma sia già visibile in fatti come l’allungamento delle liste d’attesa, e guardano a tutto questo processo con grande preoccupazione.

Quale è la chiave di lettura che offrite rispetto al tema sanità?

Il problema di fondo del disastro sanitario pubblico regionale, è stato e continua ad essere lo spostamento di centralità dal malato ai percorsi di carriera e al bisogno di spesa. Sono posizioni che dovrebbero essere conseguenti alla cura delle persone e non precederle o addirittura determinarle. È un po’ come nella scuola, in cui il tema dominante è lo stato occupazionale del personale docente e non docente, mentre al centro di tutto dovrebbe rimanere lo studente.

Ma il gruppo su Facebook ha il polso di questo rovesciamento di mezzi e scopi?

Solo parzialmente. In gran parte chi approda alla pagina di “Salviamo l’Ospedale di Rieti” partecipa esprimendo sentimenti che vanno dalla rabbia alla disillusione, di solito dimostrando una indignazione di maniera, come accade di frequente su internet. Altri, ma è più raro, hanno scritto sulla nostra bacheca per difendere posizioni, anche se talvolta lontane dal tema. Qualcun’altro, invece, viene semplicemente a piantare la propria bandierina su una pagina che comunque dà visibilità.

Una situazione tutt’altro che lineare…

Sono comportamenti naturali e tutto sommato prevedibili, perché in questo momento il disagio è davvero diffuso in modo multiforme. Alle difficoltà dei malati che si confrontano con servizi sempre meno efficienti, si aggiunge il malcontento dei lavoratori del comparto sanitario, sempre più precarizzati ed esternalizzati. Poi ci sono le inquietudini trasversali delle famiglie, le denunce delle associazioni, i distinguo della politica…

Ma allora come lo salviamo l’Ospedale?

Di fronte a una domanda del genere noi dovremmo ritrarci, perché la risposta che ci si aspetta è di ordine pratico, burocratico, tecnico, amministrativo. Ovviamente non è una pagina Facebook a poter fornire queste soluzioni, ma una indicazione dei valori da perseguire la possiamo dare. “Salviamo l’Ospedale” è chiaramente un grido di allarme su un problema reale, ma è anche un messaggio simbolico. Non importa nulla la salvezza dei posti di lavoro, delle attrezzature, degli edifici del nosocomio, degli affari intra moenia e di quelli extra moenia in quanto tali.Quello che va salvato è un modo di pensare la salute e la società nel quale la tutela e lo sviluppo della persona tornino ad essere centrali. È solo dentro questa visione che poi si può salvare tutto il resto, posti di lavoro compresi.

E l’efficienza, l’ottimizzazione delle risorse, il risparmio…

Tutte cose necessarie, ma non possono stare al centro dell’azione sanitaria. Un buon sistema sanitario dovrebbe darle per acquisite, e non tenerle come scopo. L’efficientismo di oggi, rincorrendo i parametri del debito e facendo una lettura aziendale della malattia e della salute, continua a risolversi nel contrario delle proprie intenzioni. Le logiche delle amministrazioni sanitarie falliscono perché vorrebbero imbrigliare il mare del bisogno di salute nella rete delle procedure, dei protocolli e dei parametri di spesa. Ma prendere il mare in una rete è impossibile. Ci vorrebbe maggiore buon senso. Per snellire le liste d’attesa degli esami – è un esempio –, bisognerebbe tenere presente che ad aspettare sono uomini e donne in difficoltà. Voglio dire che avere in maggiore considerazione il punto di vista dei malati sarebbe già un passo avanti.

Va bene, ma il problema del debito sanitario rimane…

Lo sappiamo che la questione è molto complessa. Ma proprio per questo la volontà di semplificare facendo tagli lineari è una perversione che non ci possiamo permettere. Non c’è bisogno di essere esperti di management e cose sanitarie per capire che la salute pubblica non è una partita a “Monopoly”. Se si vuole calcolare il costo di una sanità “equa” non si può indugiare sul facile sensazionalismo degli sprechi, che pure ci sono e talvolta toccano il limite della criminalità.

Un problema giudiziario più che sanitario?

È chiaro! E mentre si rimane distratti da queste cose si perde di vista che l’obiettivo di una sanità “equa” dovrebbe pur sempre essere la garanzia per tutti i cittadini di avere accesso a prestazioni sanitarie della maggiore qualità possibile.

È un risultato tutt’altro che raggiunto…

Ed è un grande problema. A noi pare che l’ossessione per il contenimento della spesa sanitaria regionale, nel contesto della nostra provincia, non tenga conto del fatto che i poveri hanno un impatto sanitario più oneroso dei ricchi. Il riordino del sistema sta distribuendo i costi in parti uguali tra diseguali, prescindendo, almeno questa è l’impressione, dalle patologie, dall’età e dallo stato sociale del territorio. Per questa via la sanità locale sta diventando incapace di prevenire e curare i malanni dei suoi abitanti. Per salvare davvero l’Ospedale di Rieti invece, occorrerebbe proprio tenere presente il nostro specifico contesto. Altrimenti dell’Ospedale rimangono solo le mura, che magari finiranno per costare pure poco, ma non serviranno più a nessuno.

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