Musica

Ruggeri: «Canto per Chico Forti e per l’America da cambiare»

Dal romanzo sui laceranti anni 70 al nuovo brano sul velista da vent'anni in cella in Usa accusato di omicidio: «Noi artisti dobbiamo esporci. Io lo faccio, molti colleghi no per paura dei social»

Un italiano in America. Detenuto non in attesa di giudizio. Quello è stato emesso da vent’anni e si chiama ergastolo. Un caso clamoroso, poi dimenticato e ora tornato d’attualità a Natale con l’accoglimento dell’istanza che permetterebbe l’estradizione in Italia. Un ‘regalo’, ma ancora da aprire. È la vicenda di Enrico (Chico) Forti. Trentino, 61enne, ex velista e campione di windsurf poi produttore televisivo, nel 2000 è stato condannato negli Stati Uniti al carcere a vita per omicidio. Il suo caso era stato raccontato un anno fa dalle Iene e ha toccato le corde di Enrico Ruggeri che ha sfornato una delle sue più toccanti recenti canzoni, da martedì in radio e in digitale. «Il brano l’avevo scritto tempo fa in vista del nuovo album, anche se da quando c’è Spotify non ha più molto senso pubblicarne spiega il cantautore e scrittore milanese -. Poi è successo che lo scorso 23 dicembre c’è stata una sterzata in positivo della vicenda. Così ho pensato di pubblicare subito L’America (Canzone per Chico Forti) per provare a dare un’altra piccola spallata a questo caso anche a livello mediatico. Ho sentito lo zio, Gianni Forti, che mi ha messo in contatto con il fumettista Chiod, Massimo Chiodelli, che aveva realizzato un libro sulla storia di Chico, Una dannata commedia. Con il documentarista Thomas Salme è nato così anche il video del nuovo brano.

L’America del titolo è un Paese mai percepito così distante come adesso?

Il titolo era per la verità un po’ obbligato perché riprende i versi chiave del ritornello: ‘L’America è ancora lontana / Eppure io sono al suo interno’. Un’altra frase significativa è ‘Ho visto colombe nel nido dei falchi’ perché c’è questa drammatica doppia vita, un risvolto umano terribile ma anche letterario dovuto al fatto che Chico Forti non era un diseredato, ma uno che ce l’aveva fatta. Forse anche per questo in Italia ce ne siamo interessati poco, perché non era una vittima della società. Fino al momento dell’accusa di omicidio e la condanna all’ergastolo aveva anzi goduto del cosiddetto sogno americano.

Pare che le prove contro Forti fossero tutt’altro che granitiche…

Di assoluta fragilità e pressapochismo. Forse lo hanno punito per il documentario che stava realizzando sull’assassinio di Gianni Versace. Forti aveva indagato e scoperto che l’omicidio dello stilista era stato qualcosa di molto più complesso rispetto alla ricostruzione dei fatti, con l’indagine subito archiviata anche riguardo alla morte del suo killer (Andrew Cunanan, un presunto squilibrato, ndr) che si sarebbe a sua volta sparato. Gli americani sono un popolo che non sa dire mai ‘abbiamo sbagliato’. Non è nel loro Dna. Al processo dicevano a Chico Forti che se ammetteva di essere colpevole l’avrebbero poi graziato. Ma lui ha rifiutato, continuando per tutta risposta a professare la sua innocenza.

E da vent’anni sta scontando la pena a vita…

Ma se Forti avesse invece accettato di dichiararsi colpevole, per la giustizia americana sarebbe stato un doppio successo: avrebbe vista riconosciuta la propria ragione e, graziandolo, avrebbe dimostrato la propria clemenza verso un italiano condannato e detenuto. Purtroppo in questa complessa vicenda Chico Forti è il classico granellino finito in un grande e complesso ingranaggio. Teniamo conto che quando invece un americano commette qualcosa all’estero viene rimpatriato immediatamente, come successe con la tragedia del Cermis quando un loro pilota giocando con un aereo militare tirò giù una funivia. Ecco l’arroganza del potere. Un’arroganza che nel caso di Trump, con il suo slogan ‘America First’, ha almeno portato come involontario effetto positivo il fatto di essersene quasi infischiato di quello che succedeva all’estero con il risultato di essere stato, non come il predecessore premio Nobel per la pace Obama, il presidente che in tempi moderni ha sganciato meno bombe.

Pagina che la storia ha appena voltato, anche se con le incredibili immagini dell’assalto a Capitol Hill…

Sequenze da fiction. Secondo me questi fanatici sono stati fatti passare apposta perché si decretasse agli occhi di tutti gli americani la fine definitiva della presidenza Trump e della sua carriera politica, mettendoci una pietra tombale. In un Paese dove 80 milioni erano a suo favore e 80 milioni contro serviva qualcosa che mettesse d’accordo quasi tutti. Nessuno ora, di fronte a quelle immagini che sono una linea di demarcazione, può più ragionevolmente permettersi di essere pro Trump. La sua grossolanità è stata anche nel fatto che a incitare e fomentare quella sguaiata folla è stato all’inizio proprio lui.

Dai drammi americani di adesso agli anni di piombo che ha invece raccontato nel suo ultimo romanzo Un gioco da ragazzi. Perché questo salto nel tempo?

Perché i confini nella vita sono labili. E io quei confini li ho visti attraversare da vicino in quei drammatici anni Settanta. Così racconto di due fratelli che vanno su barricate opposte: neri e rossi. Ma c’è Aurora, la sorella più piccola. Si trova in una famiglia che si disgrega, di fronte a un dolore che i genitori non sono in grado di sopportare e si salva con la musica, entrando a lavorare in una casa discografica. Un mio amico mi ha detto che è la parte più autobiografica del romanzo. In effetti è vero, perché io sono proprio uno che si è salvato grazie alla musica tra terrorismo, Brigate rosse, sanbabilini ed eroina. E ho purtroppo una folta lista di gente che veniva a scuola con me al liceo classico Berchet morta di overdose o di Aids.

Un libro infatti di intensa e sofferta partecipazione emotiva…

Per dire della drammatica quotidianità di quegli anni ricordo che una volta ero in treno all’estero e c’era davanti a me un giovane di Belfast che, quando ha saputo che ero di Milano, mi ha chiesto se non ero terrorizzato a vivere nella mia città. E lui era di Belfast, realtà non proprio facile in quel periodo. Ricordo che al mio liceo vedevo sempre celerini, lacrimogeni e schieramenti. Così giravo sui tacchi e andavo con i miei amici in cantina a suonare. Questo mi ha salvato la vita.

Non le interessava la politica?

Per fortuna il mio personale bisogno di appartenenza e di schieramento non era politicoideologico, ma musicale. Il problema è che i giovani sono un po’ fragili e hanno un naturale bisogno di appartenere a un gruppo. Quella socialità che oggi viene rubata ai ragazzi da un certo modo di vivere. E non sono certo i social a rappresentare un’autentica forma di socialità. Anzi, sono una minaccia.

A cosa si riferisce?

Ormai sono proprio i social a frenare la partecipazione. Sono lo sfogo di tutte le aggressività e il rifugio dei mediocri. Rappresentano una falsa democrazia. I social sono di una ferocia terribile. Io stesso sono stato spesso insultato, nell’ultimo anno mi hanno augurato di finire intubato e di morire di Covid. Questo fenomeno degli odiatori e comunque di poter liberamente scrivere ogni cosa su chiunque fa sì che, soprattutto tra noi artisti, nessuno voglia più esporsi sulle questioni pubbliche e civili. Questo è il motivo per cui molti miei colleghi giocano in difesa. Nessuno prende davvero posizione, se non in quei casi in cui sai che tutti ti danno ragione. Io che invece spesso dico la mia, credo di detenere il record di congratulazioni in privato. Mi dispiace vedere che ci sono in giro troppe canzoni leggere come carta velina. Secondo me invece è proprio questo è il momento in cui l’artista deve prendere delle posizioni, per contribuire a rendere più vivibile il mondo.

da avvenire.it

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