Discorso alla Città

La “rivoluzione gentile”? È agli inizi: ci vorrebbe un’agenda

Sono state tante le reazioni dal Discorso alla Città del vescovo Domenico. La “rivoluzione gentile” proposta da mons Pompili ha trovato larghi consensi. Ora si tratta di dare vita ad azioni concrete, in grado di trasformare le buone intenzioni realtà di fatto

Il Discorso alla Città del vescovo Domenico è stato accolto da particolare attenzione. Alle parole di mons Pompili è seguito un dibattito interessante. La parte più evidente è composta dalle risposte giunte ai giornali o affidate a Facebook da diverse realtà istituzionali, associative e civiche. Un mosaico di comunicati che non va catalogato con l’occhio della rassegna stampa, ma raccolto e rilanciato come un esercizio pubblico dell’intelligenza.

I testi, infatti, non manifestano soltanto la ragionata presa di posizione delle singole realtà: immessi nella discussione provocano una reazione a catena più nascosta, ma non impercettibile. Ai puntuali interventi pubblici corrisponde un flusso di pensiero più riservato, meno formale, ma non meno significativo. Lo si coglie nelle parole scambiate per strada e anche nelle chat dei gruppi Whatsapp.

Non tutte le voci, ovviamente, sono positive. Qualcuno sfodera un po’ di cinismo; altri sono scettici: «Ma do’ ba? Ma che vo fa? Ma chi se crede da esse?»; e non manca neppure la dietrologia di chi legge in ogni slancio, per quanto onesto e disinteressato, qualche progetto per una poltrona, immaginando un disegno “politico” nel senso più basso. In una città «fin troppo addormentata su se stessa», anche questi possono essere considerati segnali vitali. Forse le coscienze ancora non si smuovono, ma escono almeno un poco dal torpore che possono ancora permettersi, a dispetto di quanti debbono sudare per il salario o viaggiare ogni giorno sulla Salaria.

L’importante è non contentarsi delle chiacchiere e dei malumori, e neppure delle aperture. Le note affidate alla stampa collezionano un ampio ventaglio di disponibilità a incontrarsi e discutere. C’è chi rivendica i propri risultati; qualcuno fa «mea culpa»; altri lanciano allarmi o sollevano questioni che il discorso fatto da mons Pompili teneva implicite.

Fare oltre che pensare

Quello che al momento rimane inespresso sono le azioni concrete. Le rivoluzioni, anche quando sono gentili, esistono nei fatti, non nelle intenzioni. Per la Chiesa mons Pompili ha voluto una “agenda”, cioè un piano di cose da fare – oltre che da pensare – con scadenze precise e vincolanti per le parrocchie, gli uffici pastorali, i movimenti. Inseriti nel ritmo dei tempi liturgici, ci sono impegni come il Meeting dei Giovani ormai prossimo, la Valle del Primo Presepe che stiamo vivendo in questo periodo di Avvento, la programmazione del Giugno antoniano e dell’Ottobre francescano, i piccoli e grandi appuntamenti che le diverse realtà ecclesiali sono chiamati a vivere.

Per uscire dal chiacchiericcio querulo che avvita su se stessa la città, si dovrebbe forse adottare lo stesso metodo: mettere ancora una volta tutti attorno a un tavolo, ma per fissare progetti comuni e scadenze vincolanti. Concentrando gli sforzi su poche cose – il “parco delle acque” e la dimensione francescana, se si vuol dar retta al vescovo – che si possono realizzare confidando sulle sole forze e risorse del territorio. Si tratta di mettere insieme gli uomini, le relazioni e i mezzi di istituzioni pubbliche, associazioni private. Un passaggio che richiede il superamento dei distinguo politici e dei campanili, la trasformazione della concorrenza tra simili in sinergia. Non è un obiettivo impossibile se si riconosce che gli interessi in comune superano le ragioni di parte e tante invidie senza ragione. Riuscirci non sarebbe Utopia, ma una risposta di buon senso al diffuso desiderio di ragionevolezza. Trovando l’unione, inoltre, si avrebbe maggiore forza nel battere i pugni sul tavolo di un altro grande tema: quello delle infrastrutture. La sistemazione delle grandi arterie di comunicazione richiede un un impegno che va al di là della dimensione locale, e forse per questo è rimasto fuori dal Discorso alla Città, ma la Chiesa reatina continua a premere per avere risultati e chiama ciascuno a fare la sua parte.

Dall’ambone della Cattedrale il vescovo ha sollecitato la classe dirigente a riconoscere le priorità da perseguire, a cercare un pensiero condiviso, a sentire la pressante necessità di una visione del futuro, ma l’impegno alla valorizzazione del bene comune e alla rigenerazione del senso di cittadinanza, riguarda tutti.

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