Chiesa di Rieti

Ritrovare il senso della festa e riscoprirne i gesti: il vescovo Domenico all’incontro con gli operatori pastorali

In tanti si sono ritrovati nel Centro Pastorale di Contigliano per partecipare all’incontro con il vescovo Domenico programmato come di consueto alla vigilia del tempo di Quaresima

«Come sopravvivere alla Messa e non perdere la fede e … il buonumore?». Ha scelto la chiave dell’ironia il vescovo Domenico per riprendere il «filo rosso» di quest’anno, in occasione dell’incontro con gli operatori pastorali. Il discorso sull’Eucaristia e il giorno di festa era infatti stato aperto con l’Incontro Pastorale di settembre per poi essere sviluppato attraverso la lettera pastorale La domenica andando alla Messa. E non senza fare da sfondo al Meeting annuale vissuto a Leonessa, all’inizio dell’anno, dai giovani delle diocesi.

L’argomento, anche in attesa della consegna della nuova edizione del Messale Romano, continua ad incontrare l’interesse delle persone impegnate, insieme ai sacerdoti, nel portare avanti la vita e le attività delle parrocchie della diocesi. In tanti, infatti, si sono ritrovati nel Centro Pastorale di Contigliano per partecipare all’appuntamento programmato come di consueto alla vigilia del tempo di Quaresima.

Ritrovare il senso della festa

Questa volta mons Pompili ha voluto affrontare la «noia» che il pensiero della Messa suscita nelle persone, «quasi come un riflesso condizionato». Una strana insofferenza, quasi un luogo comune, se è vero che «la Messa è per definizione il momento più alto del festeggiare». Ma forse è proprio il festeggiare ad essere diventato difficile, ed è strano, perché al giorno d’oggi «ogni scusa è buona per divertirsi». Non si arriva però mai alla festa, perché «per festeggiare bisogna avere un motivo».

Per evitare il pericolo di ridurre la Messa a un qualcosa di ripetitivo e abitudinario, il vescovo ha dunque invitato a tenere sempre presente non «cosa», ma «chi» essa è: «Gesù Cristo che offre tutto se stesso». È questo incontro la ragione della festa, ciò che rende la Messa «l’atto più libero e coraggioso che ad un uomo sia dato di compiere». Una via da percorrere «non da soli, ma insieme ad altri», fino a fare del precetto un qualcosa che si trasforma da dovere a scelta. A dare gusto alla celebrazione è infatti «il coinvolgimento personale», che sottrae il rito alla «stanca ripetizione di gesti e parole», facendolo simile ai gesti d’amore, «che si ripetono sempre uguali, ma sempre diversi».

Che la «Messa è sempre uguale» è una battuta banale: di riti collettivi, che si ripetono tali e quali, che ne sono tanti. Il punto è che essi assumono di volta in volta «un valore diverso perché è la vita che cambia», cambiano cioè le persone alle quali il rito garantisce «la possibilità di una relazione» e la qualità di un tempo che non è quello dell’orologio, ma quello dell’incontro che rende comunità, che libera dall’isolamento e dalla paura. «Prima di incontrarci tra noi – ha sottolineato il vescovo – la messa ci fa incontrare Gesù, e grazie a Lui anche la nostra relazione cambia di profondità e di orientamento. Il correre frenetico della settimana trova alla fine una direzione, piuttosto che lasciarsi stordire dalla distrazione e dall’indifferenza».

Riscoprire i gesti per vivere la Messa con consapevolezza

Mons Pompili ha quindi accompagnato i presenti a guardare con maggiore consapevolezza alla forma della liturgia, ai suoi segni, all’inscindibile rapporto che esiste tra le «due mense» dell’Eucaristia e della Parola. E non senza soffermarsi sugli aspetti pratici: primo tra tutti quello dell’amplificazione, alla quale va garantita la massima cura, ma anche qualunque altro accorgimento renda la chiesa accogliente: dai fiori alla cura e manutenzione dell’edificio e del mobilio, fino al riscaldamento. Perché la festa non può accadere se non viene preparato con cura il luogo in cui essa deve svolgersi.

Non a caso don Domenico ha citato l’indicazione data da papa Giovanni XIII agli architetti impegnati a disegnare gli edifici di culto: «Mettete nelle chiese la semplicità, la serenità e il calore delle vostre case». La “semplicità” è quella dei suoni, delle luci, delle parole, e anche dei gesti che il vescovo ha invitato a ripensare con maggiore consapevolezza. A partire dal segno della croce, per poi passare al gesto antico delle mani allargate verso l’alto, all’inginocchiarsi che invita a guardare in alto e in avanti, allo stare in piedi che è l’atteggiamento della preghiera, al sedersi per guardare chi sta di fronte, cioè il Maestro.

Tutti gesti che aiutano una «partecipazione attiva» e alimentano la “serenità” necessaria per creare quel «clima di coinvolgimento che crea un’atmosfera accogliente». Non si tratta di un dato scontato, ma di una «ministerialità» da conquistare, che «non si improvvisa e richiede una preparazione esigente» dei ministranti, dei lettori, degli accoliti, dei ministri straordinari della comunione, del gruppo della Caritas. Con un riconoscimento speciale alla «forza» e al «dono delle donne» – per usare le parole di papa Francesco – per quanto fanno in tante comunità, soprattutto in quelle più piccole, che riescono a radunare e tenere unite nel nome del Signore.

Quanto al “calore”, oltre che a quello dell’ambiente, il vescovo ha invitato a ragionare su quello umano, che si genera da «un’assemblea invitante ed ospitante», sia prima che dopo la messa. Un calore che garantisce «domenica e comunità piene…di vita».

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