La risonanza delle fake news

Uno studio fa molto riflettere. Sembrerebbe, infatti, che tutte le precauzioni che i vari social network e i vari canali di Internet stanno cercando di mettere in campo contro le fake news non possano avere grande efficacia contro le “convinzioni” sbagliate che gli utenti si fanno su un determinato argomento.

Una nuova indagine firmata da un gruppo di ricerca internazionale (in cui compare anche l’Italia) torna sul chiacchierato tema delle menzogne e delle fake news in Rete per approfondire le dinamiche che si innescano fra quelle che vengono chiamate le “echo chamber” e, cioè, camere di risonanza.

Lo studio ha analizzato i post e le interazioni di 54 milioni di utenti in cinque anni, fra il gennaio 2010 e il dicembre 2014. In particolare, ha approfondito il ”consumo” sia delle informazioni fondate (ossia di quelle scientifiche e affidabili) da parte degli utenti statunitensi di Facebook, sia di quelle infondate, cioè ricche di imprecisioni se non del tutto dedite al cospirazionismo assoluto (come accade con i vaccini) circolate sulle loro bacheche.

Il risultato? Le scoperte confermano non solo l’esistenza delle casse di risonanza, recinti chiusi della comunicazione digitale dai quali gli utenti faticano a fuggire perché vi trovano la conferma ai loro pregiudizi ma soprattutto approfondiscono gli effetti collaterali delle cosiddette pratiche di debunking. E cioè le pratiche di chiarificazione, argomentazione e spiegazione con cui altri utenti, spesso esperti del tema, cercano di smontare le sciocchezze che sembrano fare così tanti proseliti sui social network.

L’indagine ha mappato il modo in cui le persone hanno interagito con 50.220 post di questo genere circolati nel complesso su 83 pagine Facebook di carattere scientifico, 330 pagine “complottiste” e 66 pagine dedicate proprio al debunking: se gli utenti li hanno presi in considerazione, come hanno commentato, come si sono comportati in seguito. In altre parole, gli sforzi di debunking tradizionali sembrano quasi del tutto vani.

Chi incappa, ad esempio, in un articolo scientifico che documenta la totale inconsistenza del collegamento fra vaccini e autismo non viene affatto convinto ma sfrutta quel contenuto per consolidare la propria narrativa, rifluendo rapidamente nella propria rete di contatti ancor più motivato di prima rispetto alla frottola di turno in cui crede. E ricominciando a postare e pubblicare senza pietà. “I post di debunking stimolano commenti negativi, non raggiungono il pubblico ‘complottista’ oppure lo fanno reagire nel senso opposto a quello sperato”, conferma Fabiana Zollo, una delle autrici dell’indagine.

Rimane da capire come si possa essere arrivati a questo scenario fatto di tribù contrapposte in cui chi spiega non riesce a convincere e chi dovrebbe rivedere profondamente le proprie convinzioni non riesce proprio a farsi convincere, neanche dai più affidabili dati scientifici. E anzi precipita nel suo pozzo di strampalate (o pericolose) convinzioni.

Sono dati che fanno riflettere perché sembrerebbe che tutte le precauzioni che i vari social network e i vari canali di Internet stanno cercando di mettere in campo contro le fake news non possano avere grande efficacia contro le “convinzioni” sbagliate che gli utenti si fanno su un determinato argomento.

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