Ripensare il senso del lavoro

Il mondo cambia volto quando cambiano i rapporti tra lavoro, territorio e impresa

Con il primo maggio in vista torna il dubbio che ci potrebbe essere qualcosa da ripensare in tema di lavoro. E non perché sembra essercene sempre meno. E neppure perché “l’atto sul lavoro” di Renzi spaccerebbe per vantaggiosa modernizzazione il precariato perpetuo.

A rischio di sembrare ingenui, pensiamo che la domanda decisiva non sia attorno alla quantità o alle forme del lavoro, ma attorno al suo scopo.

Cuneo fiscale, costo del lavoro, produttività: nel tempo dei mercati ci si chiede soprattutto «quanto vale» il lavoro. Ma la domanda decisiva non sarebbe «che cosa vale», cioè a cosa serve?
Abituati come siamo a volare basso, costretti a giocare di rimessa, risponderemmo di sicuro che serve per tirare avanti e mantenere la famiglia. E pazienza se partendo dall’esigenza di lavorare per vivere, si finisce velocemente a vivere per lavorare.

Però potremmo anche azzardare una risposta coraggiosa. Potremmo convincerci che il lavoro è quello che facciamo per tradurre in progresso civile le nostre capacità, il nostro impegno, e le conquiste della scienza e della tecnica.

Voi direte che a parlare così è l’utopia. Ma a rifletterci un poco ci si accorge che in fondo è una questione di sguardo.

È vero, infatti, che si lavora per campare. Ma in questo senso lavorare è spesso una necessità penosa. Il ricatto del bisogno obbliga la maggior parte di noi ad accettare qualsiasi lavoro, anche quello poco gratificante. Quanti desidererebbero fare altro o non lavorare affatto? E un lavoro ingrato non è forse percepito come una mortificazione della propria personalità? Ma è proprio qui che il cerchio si chiude: dal lavoro non ci aspettiamo soltanto una retribuzione adeguata, ma anche delle soddisfazioni psicologiche, o addirittura spirituali.

La questione, allora, è cosa accadrebbe se questo punto di vista diventasse quello dominante, in barba alla produttività e a tutte le altre menate di questi anni.

Qualcosa l’ha mostrata un uomo che ben sapeva quanto il lavoro sia «tormento dello spirito quando non serve un nobile scopo». Parliamo di Adriano Olivetti. Gli avevamo dedicato un numero di «Frontiera» il primo maggio 2010, in occasione del cinquantennale della scomparsa. Ma eravamo in anticipo: solo negli ultimi tempi sembra tornato di gran moda, recuperato dalle fiction e persino da scampoli di dibattito politico.

Comunque sia Olivetti ragionava di lavoro e impresa nei termini di una «autentica civiltà indirizzata a una più libera, felice, consapevole esplicazione della persona umana».
Questo rifarsi alle idee di un “grande vecchio” sembra un esercizio accademico? Può darsi, ma che ne sarebbe di vertenze come quella Schneider se a governare l’impresa ci fosse il suo modo di ragionare?

«Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?» si domandava Adriano, ricordando che la sua di Ivrea, «pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare».

Oggi è difficile immaginare una multinazionale “responsabile”, che allarga il suo sguardo sul mondo, ma si sviluppa per poter ridistribuire gran parte dei profitti in forma di benessere per la comunità circostante.

Eppure è esattamente quello che accadeva con l’Olivetti. E non era una semplice questione di aumento dei salari. La “fabbrica” di Adriano offriva un ritorno alla comunità in tutti i suoi aspetti, sia materiali che spirituali, diffondeva al proprio interno e nella realtà circostante una sempre maggiore qualità di vita, promuoveva valori scientifici, etici, estetici, economici.
Il mondo sembra cambiare volto quando cambiano i rapporti tra lavoro, territorio e impresa. Che vengano considerati nei termini del mercato e della merce, o come «comunità di intenti e interessi» è tutt’altro che indifferente.

Cosa sarebbe della città e del Paese se lavoratori, investitori, clienti, territorio, fornitori, oltre ad essere portatori di interessi particolari, sapessero cooperare insieme, conseguire obiettivi comuni posti ben oltre i loro interessi individuali?

Visto da Rieti, il messaggio di Adriano Olivetti sembra rivelare tutta la sua rivoluzionaria modernità. Il successo del suo progetto imprenditoriale ha dimostrato che la giusta volontà può «rendere la fabbrica e l’ambiente circostante economicamente solidali».

Sembrerebbe quella quadratura del cerchio che andiamo cercando invano da anni. Ma a parole è facile, poi bisogna scontrarsi con la realtà, che è certamente più dura dell’entusiamo per le buone idee.
Ma non per questo ci si deve scoraggiare. Reintrodurre questi argomenti, invitare ad approfondirli e magari tentare piccoli esperimenti per verificare se funzionano sarebbe già un passo avanti. Basterebbe farlo in tanti.

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