Riformare la catechesi: questione di metodo

Il punto debole della pastorale in generale, un po’ in tutte le parti del mondo, è l’educazione cristiana che si riceve, o si dovrebbe ricevere, in parrocchia, tenendo conto di un minimo di “infarinatura” che dovrebbe dare la famiglia. Punto debole perché inefficace, non incisivo. I giovani dopo la Cresima – lo si ripete ormai da almeno quattro lustri – spariscono dalla parrocchia.

Analisi ne sono state fatte tante, da illustri studiosi, da esperti sul campo, dai vescovi in vari consessi. Alcune indagini non sono male e un po’ tutte contengono elementi di verità.

Ma ci sono alcuni aspetti che rendono questa dimensione della evangelizzazione abbastanza inutile, anche se sappiamo che non tutto è inutile quello che facciamo, anche se a volte può essere dannoso.

La prima cosa che non funziona nella catechesi è il metodo, non sempre naturalmente, ma molto spesso, perché frontale, scolastico.

Il fatto di subordinare la ricezione dei sacramenti della prima Comunione e della Cresima alla frequenza assidua alle “lezioni” di catechismo e alla Messa domenicale, che molti vogliono sia frequentata nella stessa parrocchia in cui si partecipa al catechismo, è il più evidente segno di una scolasticità catechistica che farà vedere al bambino e al ragazzo il traguardo della cerimonia della prima Comunione e della Cresima come l’esame finale (spesso veri test di verifica oggettiva sui contenuti) e il premio conseguito, per poi tagliare letteralmente la corda.

Già vedere un’aula di catechismo con i banchi della scuola e la lavagna fa pensare ad un’ora di lezione, quando già si è stati a scuola e a volte non se può più.

Poi se il catechista, più spesso la catechista perché in prevalenza donne, fa prendere libro e quaderno siamo proprio ad un’ora di lezione. La stessa struttura “logistica” deve essere approntata con gusto, dovrebbe essere accogliente e calda, un luogo diverso dai soliti luoghi. La catechesi è approfondimento della fede, non istruzione, anche se i contenuti sono importanti, ma vanno veicolati attraverso l’esperienza. Cosa invece che non pertiene all’insegnamento religioso scolastico, che può prescindere dalla fede e dall’approfondimento della fede.

Una collega di religione mi ha raccontato che una catechista ha visto il libro di religione e, sfogliandolo, si è accorta di un bell’argomento da sottoporre ai bambini del catechismo, cioè della catechesi, quindi ha fotocopiato il tutto e lo ha usato per la “lezione”di catechismo. Quando i bambini lo hanno svolto anche nell’ora di religione hanno detto alla maestra di averlo già fatto al catechismo. Per carità tutto si può fare, ma ciò indica che c’è ancora molta confusione e poca chiarezza anche negli obiettivi che si debbono raggiungere oltre che nei metodi. La catechista deve sapere incontro per incontro quello che dovrà fare, non improvvisare ogni volta, anche se può capitare che debba rispondere a qualche domanda o provocazione o parlare di qualche fatto di attualità.

I contenuti della catechesi per l’iniziazione sono dati soprattutto dal Vangelo, dalle parabole, dal racconto dei miracoli per far conoscere la persona e l’opera di Gesù, ma anche da quelle narrazioni dell’antico Testamento che restano nella memoria dei bambini e dei ragazzi, ben raccontate e ben spiegate (un articolo a parte merita la questione della Creazione come narrata dalla Genesi).

Queste narrazioni andranno incastonate, come avviene di solito certo, nello sviluppo dell’anno liturgico e spesso unite a celebrazioni e a giochi, per i più grandi ad attività ed esperienze che li segnino, ma che siano vissute nella libertà.

Ma allora – ci si chiede – come si fa a valutare se un bambino o un ragazzo sono pronti per ricevere il sacramento? Questa valutazione va fatta con i genitori, ma passo passo durante il periodo di svolgimento della catechesi, non alla fine dei due anni, suscitando reazioni anche sconsiderate, quando si dice che il bambino o il ragazzo non è preparato e che quindi non potrà fare la Comunione o la Cresima!

Secondo qualche proposta si vuole che i genitori partecipino agli incontri di catechesi dei figli: il risultato sarebbe catastrofico! Imporre a genitori che lavorano tutta la settimana la frequenza, per due o tre anni prima e due o tre anni dopo, delle lezioni e della Messa, vorrà dire tornare ad una precettistica che il post Concilio ha cancellato perché pedagogicamente improduttiva e repellente.

Se faremo questa scelta nefasta vorrà dire che avremo voluto veramente cacciare tutti dalle chiese e dalle parrocchie: ad impossibilia nemo obligatur!

Un messaggio buono lo si va a sentire perché piace e perché chi lo trasmette è affidabile e accattivante.

Al contrario i fallimenti si sommeranno fino al crollo devastante di tutta l’impalcatura catechistica.

Sulle competenze sociologiche dei catechisti alla prossima sollecitazione.

 

2 thoughts on “Riformare la catechesi: questione di metodo”

  1. Lorenzo Blasetti

    “Non capisce, ma non capisce con grande autorità e competenza” (Leo Longanesi).
    Cara CEI, documenti, convegni, studi, specialisti, pastoralisti… tutto inutile e, nonostante lo Spirito che dovrebbe guidare i Vescovi, non si è ancora capito che la soluzione dei tanti problemi della catechesi e della Iniziazione Cristiana era a portata di mano. Basta leggere questo articolo!
    Ma possibile che nella nostra diocesi la non competenza presuntuosa debba ergersi a “maestra”? Leggo nell’utlimo documento della CEI (“Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia”) a proposito della famiglia:
    ”In questa prospettiva di comunità, un ruolo primario e fondamentale appartiene alla famiglia cristiana in quanto Chiesa domestica. Essa, proprio come la Chiesa, è «uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui si irradia» e ha una «prerogativa unica: trasmette il Vangelo radicandolo nel contesto di profondi valori umani». Tutti conosciamo le fragilità, le fatiche e le ferite alle quali è esposta oggi la famiglia. Mentre rimane impegno costante delle comunità cristiane esprimere forme di vicinanza e di sostegno pastorale e spirituale agli sposi, dobbiamo comunque pensare ai genitori cristiani, qualunque situazione essi vivano, come i primi educatori nella fede: essi, salvo espliciti rifiuti, con il dono della vita desiderano per i propri figli anche il bene della fede. Proprio per questo, la comunità cristiana deve alla famiglia una collaborazione leale ed esplicita, considerandola la prima alleata di ogni proposta catechistica offerta ai piccoli ed alle nuove generazioni. In tal senso va valorizzato ogni autentico sforzo educativo in senso cristiano compiuto da parte dei genitori” (n. 28).
    Come si vede il problema è “altro” rispetto alle “proposte” suggerite da Casciani. Non credo che i vescovi italiani, riproponendo il tema e il problema della catechesi, intendano suggerire che la soluzione dei problemi stia nella “reductio ad minimum” proposta dal “teologo, liturgista e pastoralista” Massimo Casciani. Il problema dei problemi è: come è possibile far sì che le famglie siano veramente “famiglie cristiane, chiese domestiche, spazio in cui è trasmesso il Vangelo”?
    La situazione in cui ci troviamo è la conseguenza dell’aver dato per scontata la fede nelle nostre famiglie. Ora si tratta di prendere atto che siamo in una situazione drammatica. La malattia è grave ma la cura non sta nell’assecondare il “malato” ma nel proporgli la via della guarigione, con tuttla la “pazienza” e con la disponibilità a camminare con il passo del più debole ma senza mai pardere di vista la meta e la strada da seguire per raggiungerla. E il vangelo insegna che la corenza e la fedeltà ad esso può significare anche che qualcuno dica: non ci sto. Sarebbe il tadimento della nostra missione rispondere: va bene lo stesso.
    Da ultimo una piccola annotazione: le fede che Cristo chiede ai suoi discepoli li chiama all’impossibile proprio perché quando si prende sul serio Dio e lo si lascia entrare nella propria vita “l’impossibile diventa possibile”. Questo è vangelo e sarebbe opportuno, prima di elucubrare beandoci delle nostre parole, sottoporle all’analisi attenta e responsabile sulla loro corrispondenza con il Vangelo. La PAROLA prima di tutto e soprattutto.

  2. Don Marco

    ”In questa prospettiva di comunità, un ruolo primario e fondamentale appartiene alla famiglia cristiana in quanto Chiesa domestica. Essa, proprio come la Chiesa, è «uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui si irradia» e ha una «prerogativa unica: trasmette il Vangelo radicandolo nel contesto di profondi valori umani». Tutti conosciamo le fragilità, le fatiche e le ferite alle quali è esposta oggi la famiglia. Mentre rimane impegno costante delle comunità cristiane esprimere forme di vicinanza e di sostegno pastorale e spirituale agli sposi, dobbiamo comunque pensare ai genitori cristiani, qualunque situazione essi vivano, come i primi educatori nella fede: essi, salvo espliciti rifiuti, con il dono della vita desiderano per i propri figli anche il bene della fede. Proprio per questo, la comunità cristiana deve alla famiglia una collaborazione leale ed esplicita, considerandola la prima alleata di ogni proposta catechistica offerta ai piccoli ed alle nuove generazioni. In tal senso va valorizzato ogni autentico sforzo educativo in senso cristiano compiuto da parte dei genitori” Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia della CEI (n. 28). di questo numero già citato da don Lorenzo voglio sottolineare questa frase: “la comunità cristiana deve alla famiglia una collaborazione leale ed esplicita, considerandola la prima alleata di ogni proposta catechistica offerta ai piccoli ed alle nuove generazioni” non è solo questione di metodo! se non ci sono famiglie cristiane dietro i bambini e i ragazzi del catechismo, possiamo pensare ad incontri nuovi e pieni di idee geniali ed allettanti che però continueranno ad infrangersi nel muro dell’indifferenza religiosa presente in molte delle nostre famiglie. è fondamentale che le famiglie accompagnino i figli nella formazione cristiana, che a loro per prime si dia l’annuncio della fede! non semplicemente, come scritto nell’articolo in modo quasi sarcastico, partecipando al catechismo dei figli, ma scoprendo con loro il messaggio del Vangelo e imparando (se non ne sono ancora capaci) a viverlo nella testimonianza quotidiana. d’altronde se, come ricordano i nostri vescovi, la famiglia è “Chiesa domestica”, in forza di questo è chiamata a vivere, celebrare ed annunciare la fede nel Signore Gesù. catastrofico, sarebbe continuare a spendere inutilmente una marea di preziose energie nella sola formazione dei bambini e ragazzi escludendo dal cammino di iniziazione cristiana i loro genitori. e questo non ha affatto senso.

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