Rieti, il vescovo e la politica: il rischio dell’esempio

Il Consiglio Comunale ha voluto conoscere il vescovo e don Domenico non si è tirato indietro. Né ha rinunciato a portare nell’Aula la propria franchezza, la “parresia” sempre invocata da papa Francesco.

Chiamato in causa, ha avuto il coraggio di dire quel che pensa. Ha elencato le contraddizioni, le opere incompiute, le decisioni mai prese. Ma senza fare atti d’accusa, senza voler dettare l’agenda politica, e senza neppure rischiare di riuscire presuntuoso, perché in fondo certe cose sono ben chiare a tutti.

Piuttosto il vescovo è sembrato interessato a lanciare lo sguardo dentro e oltre queste situazioni, per indicare insieme le cause del disagio e le potenzialità inespresse.

E se le prime si trovano nel prevalere dell’interesse di una parte su quello comune, le seconde stanno necessariamente in una cultura della cooperazione e della solidarietà civile.

Di fronte al discorso di mons. Pompili, qualcuno ha lamentato una certa passività del Consiglio comunale, capace al massimo di incassare ed applaudire. Un giudizio poco generoso verso l’istituzione, ma quando pure fosse meritato andrebbe a sua volta considerato come il risultato di un contesto assai povero. Andrebbero tenute presenti le modalità di selezione degli eletti, la crisi dei partiti, e la marginalità del ruolo dei consiglieri dettata dalle riforme.

Dovremmo cioè interrogarci su come siamo messi, su come funzionano davvero le cose. Dove si trovano i gruppi di pressione che hanno spinto la città alla deriva? Quale ruolo hanno gli imprenditori, gli intellettuali, le professioni? Come incidono i giornali e la Chiesa, e dove sono situate le sponde della cittadinanza?

La società civile sembra esistere solo sul web, ma è sufficiente? Il tema ci dovrebbe preoccupare. Le intelligenze non mancano, ma i più attivi scadono spesso nell’autopromozione. In pochi sembrano effettivamente portatori di istanze collettive, capaci di rappresentare una qualche realtà.

Si avverte il diffuso bisogno di un nuovo senso di comunità, ma non si intravede ancora un meccanismo che conduca a questo esito la società a pezzi riconosciuta dal vescovo con tanta chiarezza.

Come fare a rimettere i cocci a posto, come ricomporre il puzzle, rimane un problema.

Appoggiandosi alle parole del teologo e oppositore al Nazismo Dietrich Bonhoeffer, mons. Pompili ha provato a indicare un rimedio nello sguardo lungo, proiettato al futuro, da percepire come una promessa e non come una minaccia. «Per chi è responsabile – scriveva il tedesco – la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde anche se provvisoriamente molto mortificanti».

Un auspicio che dovrebbe farsi consapevolezza, sentimento comune. Il metodo migliore per riuscirci sembra quello di coltivare le cose buone, di restituire fiducia all’altro, facendosi carico in prima persona del rischio dell’esempio e della testimonianza. Un discorso che vale per ciascuno, ma che non può certo riuscire senza l’impegno di chi ha responsabilità pubbliche.

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