Francesco di Rieti

Rieti e il «Fattore F»

«Noi, che fummo con lui»: è la semplice constatazione usata dai discepoli che a san Francesco erano stati più vicini per certificare l’autenticità della propria testimonianza su di lui. Queste parole potrebbero però valere anche oggi per noi che abitiamo la Valle Santa. E in effetti qualcosa si muove

Noi reatini, lo sappiamo, abbiamo il vezzo di non valorizzare le cose di casa nostra. Non che ci siano proprio sconosciute: le sappiamo elencare tutte o quasi. Però non ci sappiamo fare i conti. Prendo a caso la natura che ci rende attraenti, l’acqua pulitissima e sovrabbondante, la montagna che per ragioni incomprensibili diciamo essere di Roma, e non di Rieti. Pure tra i quattro santuari francescani sembriamo non saperci ancora orientare del tutto.

Bisogna però ammettere che un po’ su tutti i fronti stiamo migliorando, soprattutto per quanto riguarda la cifra francescana del territorio. Da qualche tempo, infatti, si fa leva con più forza sul “fattore F”. In tanti si stanno riscoprendo, se non francescani, almeno francescofili. Con ragioni e atteggiamenti diversi, ovviamente: di solito con speranze turistiche commerciali; di rado sapendo guardare oltre la figura stereotipata di una santo che parla a lupi e uccellini, imparata dai fioretti del cinema e dalla televisione.

D’altra parte ad essere incompreso, equivocato, travisato, Francesco si era senz’altro abituato. Gli accadeva in vita a causa della radicalità della sua proposta; gli è capitato dopo la canonizzazione per mano dei suoi biografi ufficiali. Chi ne sa poco di queste cose, può avvantaggiarsi del lavoro di diversi studiosi impegnati a riscoprire il volto del Poverello sotto la maschera normalizzatrice imposta dall’Ordine da lui stesso fondato. Autori come Chiara Frugoni, Franco Cardini o Chiara Mercuri, negli ultimi tempi hanno affrontato il tema da diversi punti di vista. E tutti questi studi riconoscono nella Legenda Maior composta da san Bonaventura (e nelle storie affrescate del santo che Giotto ne ha cavato) un Francesco travisato. La biografia ufficiale presenta un’alterazione dei fatti che trova ragione nell’evoluzione dell’Ordine: contribuiva a giustificare quanti sentivano l’esigenza storica del cambiamento e l’urgenza di poter orientare le grandi scelte della Chiesa, a dispetto di quanti volevano restare immutabilmente legati alla primitiva esperienza della Porziuncola.

La materia è difficile da maneggiare e non mi ci avventuro. È però interessante constatare che questo clima culturale, questo bisogno di cercare il “vero” Francesco ci riguarda, perché molto spesso conduce nella nostra Valle Santa. E dunque va a sostegno di quell’aumento di consapevolezza attorno alla cifra francescana del territorio di cui dicevamo all’inizio. Una riscoperta che a fronte di un lungo oblio non possiamo dare per scontata. Perché non è casuale, ma frutto di sforzi che partono anche da lontano. Vengono in mente gli esperimenti pionieristici e il lavoro di conservazione della memoria compiuto da alcuni intellettuali, le esperienze culturali forti come la mostra “Francesco il santo”, la tenacia visionaria che sta dietro l’esperienza del Cammino di Francesco. Poi ci sono anche il lavoro didattico, bello e utile del “Piccolo Cammino”, l’importante ricerca per immagini compiuta dal fotografo Steve McCurry, il ciclo di eventi dei “Borghi di Francesco” celebrato la scorsa estate.

Dal punto di vista più strettamente religioso, va guardata con soddisfazione la scelta di un Ottobre francescano vissuto in modo unitario tra le diverse presenze della Valle Santa; la forza di un Giugno antoniano capace di fare maggiore attenzione al saio del santo; l’invenzione audace e profetica della Fraternità interobbedienziale che ha trovato casa in piazza San Rufo.

Dallo scorso anno, il mese di ottobre ha inoltre assunto la vivacità e i colori del festival francescano “Con Francesco nella Valle”, che si svolge proprio in questi giorni. Farà la staffetta con un’altra iniziativa volta al recupero dello spirito originario di Francesco, quella del “Passo umile e lieto” che vedrà coinvolti importanti artisti e intellettuali in un «Cammino con San Francesco nella Valle Santa tra musica, poesia e arte». Il ciclo di eventi andrà avanti fino a primavera, intrecciandosi a Natale con l’impegnativa proposta della Valle del Primo Presepe, il cui programma è ormai definito e verrà presentato dalla Chiesa di Rieti il prossimo novembre.

Tanta roba, come si vede, che segnala un risveglio del territorio, fatto anche di tentativi, di avanzamenti ora piccoli, ora grandi. Tutti utili se impariamo a capire cosa ha davvero compiuto Francesco nella nostra Valle: non per la vanteria sterile che ci fa chiudere tra le nostre montagne, ma per contagiarle con la forte carica di modernità di cui il santo è portatore. Il Francesco più vicino alle origini, che oggi s’indovina al di sotto delle incrostazioni dell’ideologia, del luogo comune e della storia, è una figura determinante per la Chiesa del tempo presente, e dunque per il mondo. Il legame-guida con l’altro Francesco è evidente: il Papa dell’enciclica Laudato si’, oggi al lavoro con il Sinodo sull’Amazzonia, in primavera sarà impegnato ad Assisi nell’evento The Economy of Francesco, che vedrà economisti ed imprenditori, rigorosamente sotto i 35 anni, provare a disegnare insieme una nuova economia.

Si direbbe che il mondo va dietro a Francesco, ma per cavarne qualcosa di buono anche noi dobbiamo evitare la lettura semplificata di un santo per tutte le stagioni: pacifista, animalista, ambientalista… Di Francesco dobbiamo tenerci stretto soprattutto il suo essere segno di contraddizione, anche per i suoi. Una contraddizione che nasce dal tentativo di vivere il Vangelo nella sua radicalità. Un tentativo, questo è il punto, che nella Valle Santa trova preziosa custodia. Tanto che potremmo quasi rivendicare con i discepoli della prima ora: «Noi, che fummo con lui»…

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