Restiamo umani: incontro per ricordare le vittime di Parigi

Si tiene venerdì 20 novembre in piazza Cesare Battisti a Rieti un incontro pubblico di culture e fedi differenti per ricordare le vittime di Parigi, pregare insieme, dialogare per la pace e la fratellanza, respingere l’odio e il fondamentalismo. All’iniziativa, promossa da Diocesi e Comune di Rieti, sono invitati  tutti i cittadini e i rappresentanti delle comunità religiose. All’incontro interverranno le autorità civili e il vescovo di Rieti, Mons. Domenico Pompili

«È stato un brutto risveglio: non perché questi fatti non siano accaduti già, dal tragico 11 settembre in poi e anche in altre capitali come Madrid e Londra, ma perché Parigi in qualche modo la sentiamo più vicina».

È il vescovo Domenico Pompili a tracciare l’orizzonte entro cui si andrà a svolgere l’iniziativa “Restiamo Umani” organizzata per venerdì 20 novembre dalla diocesi in collaborazione con il Comune di Rieti per ricordare le vittime di Parigi. Un evento, come spiega il sindaco Simone Petrangeli, che «vuole essere di incontro tra credenti e non credenti, necessario per tenere unita la comunità».

Una manifestazione dalla dimensione civile, ma anche caratterizzata dal dialogo interreligioso, per far prevalere la logica del dialogo e dell’ascolto.

Un approccio per elaborare risposte alla «terza guerra mondiale a pezzetti di cui parla Papa Francesco e di cui ci siamo tutti resi conto nella sua concretezza» ha ricordato mons. Pompili: «la vicinanza di Parigi, dove vivono anche diversi nostri connazionali – alcuni anche di Rieti – sta a dire di una possibilità che non è poi così remota».

Ma ciò non deve indurci a sconvolgimenti: «quando accadono questi fatti la prima reazione è quella di esitare un attimo rispetto a quello che si fa abitualmente» ha spiegato don Domenico, che guardando al giubileo oramai alle porte ha aggiunto di ritenere necessaria la disposizione «di tutto il possibile per garantire standard di sicurezza superiori a quello che accade normalmente, ma senza modificare abitudini e stili di vita».

L’importante è non nascondere la testa sotto la sabbia: «il problema del terrorismo sta dentro una più ampia crisi del mondo in cui la guerra continua per interposta persona attraverso focolai locali e questo dice che fin quando non si spengono questi focolai ci sono dei riverberi tragici per il resto del mondo» ha detto mons. Pompili.

Un clima nel quale diviene decisivo superare l’equivoco della “Guerra di religione”: «quei giovani ventenni che hanno imbracciato il kalashnikov e procurato la strage hanno gridato “Hallah è il vincitore”. E tuttavia – senza negare che nel corso della storia perfino i cristiani si sono macchiati di colpe gravissime in nome di Dio – resta sempre valida la distinzione di ciò che è religione dal dato più generale della cultura».

«Io – ha sottolineato il vescovo – penso che la religione vissuta in modo autentico non produce assolutamente la violenza. Al contrario è l’unica condizione per creare una prospettiva più ampia. Ma talora la cultura si serve anche dei simboli religiosi per canalizzare le energie e questo vale sempre nel corso della storia. La religione viene presa come una bandiera che può essere di facile identificazione per combattere una guerra che però nasce da cause non religiose, ma molto più banalmente di tipo economico e politico».

In questa condizione «è fondamentale che tutte le religioni cerchino di isolare i fanatici, che non mancano mai. ma la religione non può mai essere utilizzata per violenza. La bestemmia più radicale è quella di chi in nome di Dio compie azioni atroci. La violenza e la brutalità sono esattamente il contrario di ciò che Dio è. Questi implica da parte degli uomini religiosi una netta presa di distanza che come cristiani abbiamo assunto ormai criticamente dopo la stagione delle crociate di qualche secolo fa e che attenderemmo essere altrettanto netto anche dalle istanze islamiche, che devono far emergere un giudizio critico di condanna severa rispetto a chiunque osi spargere terrore in nome della religione».

 

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