Restaurata al Terminillo l’«Erma dei Caduti fascisti»

Un’operazione di straordinaria manutenzione, di carattere turistico, oltre che storico e culturale, ha finalmente interessato il Terminillo. Si tratta del monumento di travertino posto a margine del piazzale di Campoforogna, che fu inaugurato nel 1935 e fu collocato quasi di fronte al R.A.C.I., esattamente al centro fra l’inizio e la fine della strada panoramica dell’Anello.

Fu progettato dall’artista reatino Arduino Angelucci e fu collocato il quel luogo per testimoniare il termine della nuova strada Salaria bis, anch’essa da poco realizzata.

Il monumento, definito anche l’Erma dei Caduti fascisti, alla cui inaugurazione parteciparono molti esponenti politici dell’epoca, nell’immediato dopoguerra fu notevolmente deturpato e tra l’altro furono danneggiate molte lettere di travertino che formavano la scritta in rilievo posta nel lato sud.

Daniele Fabbro, assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Rieti, nel 2009, curò l’operazione di ripristino per il quale ottenne un finanziamento dalla Regione Lazio, e l’arch. Stefano Spadoni ha poi eseguito il progetto per la manutenzione straordinaria, per conto dello stesso Comune.

Dall’impresa R.D.N. Costruzioni Scappa di Vazia è stato effettuato il lavoro terminato di recente ed ora esso è finalmente restituito alla sua originale integrità e all’ammirazione dei turisti e di tutti coloro che frequentano il Terminillo. Il restauro è stato completato e abbellito dalla Sabina Simic s.a.s. di Micangeli Pietro e C. di Cittaducale, con l’istallazione di potenti faretti che illuminano l’intero complesso monumentale, alto undici metri.

Pro Loco e istituzioni turistiche locali, è forse l’occasione favorevole di celebrare o almeno fornirne un’adeguata comunicazione del suo avvenuto restauro? Non è forse il caso di mettere nel piedistallo del monumento una targa commemorativa e storica per spiegarne la sua presenza? Non potrebbe essere una favorevole occasione per ricordare la nascita della stazione turistica del Terminillo?

3 thoughts on “Restaurata al Terminillo l’«Erma dei Caduti fascisti»”

  1. Francesco Saverio Pasquetti

    Gent.mo Direttore,
    nel leggere l’articolo sul restauro del monumento di campoforogna una riflessione sorge spontanea nella mia mente: davvero, nella società di oggi, tutto è relativo.
    Sono passati indubbiamente molti anni da quel lontano 1935 così come tanti sono gli anni trascorsi da quel “ventennio” della storia italiana a cui dobbiamo quel blocco di granito. Molte idee ed opinioni,frutto di un visione della storia figlia della Resistenza ed esclusivamente “anti”, sono stati – e giustamente – rivisti. Il Cav. ha provveduto a sdoganare la destra post – missina, per poi fagocitarla e dissolverla. Il passar del tempo ha stemperato i giudizi. Ha consentito di riflettere e ponderare. Di valutare diversamente. Ma un fatto, inequivocabile ed immutabile, resta agli atti di quei vent’anni di storia. Un fatto oggettivo, indiscutibile e nei confronti del quale non c’è “relativismo” o “revisionismo” che tenga: furono vent’anni senza libertà. Vent’anni di dittatura. E non aggiungo altro. Una premessa assolutamente doverosa con riferimento al restauro di quel “monumento” (che, mi permetto di dire da semplice amante dell’arte, di monumentale ha solo la stazza) che – a mio sommesso parere – l’autore dell’articolo esalta con toni eccessivi che non tengono in nessuna considerazione di cosa fu frutto quel singolare monolite. E’ un dato oramai acquisito quello della conservazione di alcune “tracce” storiche del ventennio. Nessuno, men che meno chi scrive, si è mai scandalizzato per il saluto “romano” della celeberrima statua del contadino ne, ovviamente, della monumentale e verdeggiante scritta “dux” che si staglia sul monte Giano e che nelle tese, gelide, chiarissime giornate d’inverno si staglia visibile – a contrasto con le nevi da poco cadute – sin dal tratto di salaria adiacente il castello di Nerola.
    Ma un conto è restaurare e conservare, un conto è esaltare: prima di incensare un’opera, difatti, occorre dapprima sapere “cosa” rappresenta quell’opera. E per comprenderlo è sufficiente leggere con attenzione la “dedica” di questo singolare monolite: dedica che deve far riflettere attentamente su ciò che si è andati a restaurare. In essa si legge chiaramente : “Ai caduti della rivoluzione fascista”.
    Mi prendo la briga di comprendere cosa significasse, all’epoca, questa locuzione. Normalmente, difatti, siamo abituati a pensare al termine rivoluzione abbinato agli aggettivi “francese”, innanzitutto; americana; industriale; bolscevica. Ma difficilmente questo termine si trova associato all’aggettivo “fascista”. “La locuzione rivoluzione fascista è stata utilizzata da intellettuali ed esponenti politici del fascismo per definire gli anni della nascita e della presa del potere da parte del fascismo in Italia e i progressivi mutamenti istituzionali che portarono da un regime liberale a quello totalitario. “ (fonte wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_fascista). Ed allora chi furono i caduti di questa rivoluzione? Assai significativo è quanto riportato da un blog, di chiaro stampo filo-ventennio, che cita proprio il Duce dell’Impero: «Erano anime pure e ardimentose, pronte al sacrificio senza nulla chiedere e anticipavano nello spirito e nel carattere la nuova Italia fascista – Io so quanto la rivoluzione del 1922 deve alla grande riscossa toscana del 1921 – Le giovani camicie nere cadute hanno fatto della Toscana una regione dove il fascismo è sempre vigile – Noi ricordiamo i nostri morti e marciamo più rapidamente innanzi – Questo è il loro ordine». (messaggio di Mussolini, alla Federazione fiorentina il 2 marzo del 1931, in occasione della commemorazione degli squadristi della città; http://violenzaantifascista.blogspot.it/ ).
    Dunque è presto detto: quel monumento inneggia senza tema di smentite alla memoria di coloro che caddero per far si che sorgesse la “nuova Italia fascista” ovvero quell’Italia senza libertà dominata per quattro lustri da un solo uomo. Ora, pur usando la pietà cristiana verso queste vite spezzate e pur ammettendo che tali caduti furono animati in perfetta buona fede da un’idea che li portò alla morte, non si può dimenticare quali frutti determinò quell’idea. Idea, tra l’altro, che condusse l’Italia al fianco della Germania hitleriana in una guerra infernale dalle nefaste e drammatiche conseguenze. Che dunque quell’”erma” abbia un significato storico in senso stretto, è innegabile. Passi anche per il “turistico”. Ma per quanto riguarda il tenore “culturale” del restauro, sarebbe stato a mio parere opportuno che l’articolista specificasse quali frutti di morte e di prevaricazione abbia prodotto quella “cultura”, aggiungendo che quell’erma era stata restaurata affinchè si stagliasse a sempiterna memoria di un tempo drammaticamente liberticida da non più ripetersi. Ed invece nulla di tutto questo, anzi. Infelice l’avverbio “finalmente” adoperato per indicare l’opera di restauro che ha “…interessato il Terminillo” ed ancor più infelicemente usato più innanzi per manifestare una malcelata soddisfazione per un monumento “finalmente restituito alla sua originale integrità e all’ammirazione dei turisti e di tutti coloro che frequentano il Terminillo”. Che addirittura si possa “ammirare” tale monumento, mi pare davvero eccessivo: io lo guardo come un “monito inquietante” perché quanto verificatosi non abbia più ad accadere. Ma la chiusura, per certi versi, è ancor peggio: quella serie di interrogative, una dietro l’altra, nasconde un desiderio di “celebrare” quell’opera (e i caduti a cui essa è dedicata?) o “o almeno fornirne un’adeguata comunicazione del suo avvenuto restauro”. Urgente ed indifferibile, per l’autore, “mettere una targa” che ne spieghi la presenza ed esaltare quella che “potrebbe essere una favorevole occasione per ricordare la nascita della stazione turistica del Terminillo”.
    Moderazione; oggettività; fedeltà alla cronaca; alla storia, alla verità: perché, come dice il Vangelo “la verità vi farà liberi”. Questi i canoni a cui dovrebbe improntarsi un articolo del genere, accentuati dalla circostanza che lo stesso viene pubblicato sul sito ufficiale della rivista della diocesi.
    Ma, a quanto pare, questo sembra accadere solo in parte
    Saluti

  2. campomarzio19

    Finalmente il territorio recupera la sua Storia, quella scritta dai suoi figli, quella dei patrioti che amarono la loro Nazione sacrificando anche le loro vite.
    Termina un’epoca di odio ideologico. Rimangono solo i fasciofobi, i rancorosi, coloro che – mistificando la storia – hanno fatto fulgide carriere politiche ed accademiche sulla pelle della nostra Patria e su quelle delle giovani generazioni educate al nulla dei falsi idoli.
    Qualcuno si era illuso che abbattendo i simboli di pietra si potesse cancellare più facilmente cosa fu il fascismo. Non ci sono riusciti. Il Monumento dei Martiri Fascisti di Rieti, oggi restituito agli Italiani, sarà in futuro un simbolo, il simbolo dell’Italia dei nostri nonni e un atto di accusa contro il fallimento e l’odio della falsa ideologia antifascista, di cui sono rimasti solo i rigurgiti fasciofobi (con stipendio statale).

  3. Cosma Ferrarese

    Egr. Sig. Pasquetti,

    solo ora ho letto questa sua riflessione e ritengo opportuno proporre alcune mie considerazioni. Lei scrive che l’esperienza fascista “furono vent’anni senza libertà. Vent’anni di dittatura”. Sul piano formale, indubbiamente Lei ha ragione; quanto alla sostanza, la realtà è un po’ differente. Il fascismo ebbe e mantenne un largo consenso, così come dimostrato dalla storiografia scevra di pregiudizi e di preclusioni ideologiche. Certamente non c’era l’unanimità; ma questo è scontato per ogni sistema politico.
    Che poi il fascismo, nel caso particolare italiano, non fosse neanche totalitario è dimostrato ancora da quella storiografia – priva di preconcetti ma sempre e comunque antifascista – oltre che dalla sostanziale diarchia che reggeva lo stato italiano nel cosiddetto “ventennio”. È risaputo che propriamente totalitario è quel sistema nel quale la stessa persona riveste contemporaneamente la carica di Capo dello Stato e di Capo del Governo.
    Gli italiani si riconoscevano nel fascismo e nelle conquiste sociali realizzate da quel sistema. A fronte di una mancanza di libertà di opinione – indubbiamente condannabile – c’era la percezione di uno slancio vitale che veniva impresso al popolo ed alla nazione; c’era la consapevolezza di competere a livello internazionale per affermare i diritti di un popolo che rivendicava il proprio “spazio vitale”, come si diceva allora. Se, dunque, sul piano formale la libertà partitica – diciamo così – veniva conculcata, anche, per accelerare le riforme nell’ambito sociale e della sovranità nazionale, sul piano sostanziale ci si sentiva artefici del proprio destino.
    Nella realtà odierna, invece, fatta salva la libertà di scegliere il governo – nella migliore delle ipotesi – o semplicemente il partito di turno, si è condannati a subire la stessa politica di asservimento agli USA ed al potere finanziario, dal momento che tutti i governi sono diventati solo ed esclusivamente dei comitati di gestione a servizio del capitalismo. A tale proposito mi permetto di ricordare che Mario Draghi, in una intervista rilasciata nel luglio 2014 in qualità di Presidente della Banca Centrale Europea, ebbe a dire che: “le elezioni sono inutili. Infatti, chiunque vinca, il giorno dopo deve fare quello che diciamo noi”. Più chiaro di così!
    Un dato di fatto inconfutabile, invece, è che la “rivoluzione fascista”, a livello mondiale, sia stato l’ultimo tentativo di sottrarre il potere politico dalla soggezione al potere economico. La guerra, inevitabilmente, è stato l’ultimo atto di questa lotta – impari, indubbiamente, ma meritoria – che si è conclusa con il predominio del capitalismo. Oggi che quel capitalismo, tra l’altro, non è più produttivo ma è diventato finanziario e speculativo, si può constatare – amaramente – come a vincere nella guerra ‘40÷’45 non sia stata la libertà contro il totalitarismo ma lo sfruttamento dei popoli da parte del potere economico e finanziario.
    Di conseguenza quando Lei dice, a proposito dei caduti per la rivoluzione fascista, che “pur usando la pietà cristiana verso queste vite spezzate e pur ammettendo che tali caduti furono animati in perfetta buona fede da un’idea che li portò alla morte, non si può dimenticare quali frutti determinò quell’idea”, dovrebbe applicare la stessa considerazione ai caduti per l’antifascismo; anche loro, fatte salve le idee ed il sacrificio delle loro vite, con la loro azione hanno contribuito al prevalere del potere economico sulle sovranità dei popoli ed allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
    Quando Lei ricorda, ancora, “quali frutti di morte e di prevaricazione abbia prodotto quella ‘cultura’”, dovrebbe anche considerare che quegli stessi “frutti” sono stati prodotti dal sistema vigente, che è solo l’altra faccia di una stessa medaglia che è il capitalismo. Tale concetto, nelle circostanze attuali, dovrebbe essere ancora più chiaro di quanto non lo sia stato in passato, quando c’era ancora una certa illusione di benessere e di libertà.
    Per cui se oggi è lecito commemorare i caduti per la libertà – come si dice adesso – in base alle loro idee ed al loro spirito di sacrificio, a prescindere dai risultati concreti che la loro azione ha portato, allo stesso modo, e per gli stessi motivi, è lecito commemorare i caduti per la “rivoluzione fascista”. Usare un criterio differente per i due casi equivale ad utilizzare “due pesi e due misure”; il che è, palesemente, una forma di ipocrisia che mal si concilia con quel vangelo che Lei invoca a conclusione del Suo intervento. Anche perché, mi permetto di ribadirlo, la verità invocata nel vangelo è Cristo stesso che afferma: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”; una verità che è incommensurabilmente superiore agli opportunismi degli uomini che utilizzano le vicende storiche per imporre sé stessi a discapito del prossimo.
    Pertanto, Sig. Pasquetti, quando Lei invoca ”oggettività; fedeltà alla cronaca; alla storia, alla verità” dovrebbe, per correttezza e rispetto del prossimo, considerare che la verità umana è soggettiva e che pensare diversamente equivale solo a tentare di imporre un totalitarismo al posto di un altro.

    Un cordiale saluto.

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