Reportage: viaggio nella zona rossa di Amatrice a sei mesi dal terremoto

Attraversare la zona rossa è fare un doppio salto all’indietro: al 24 agosto, quando ancora era difficile capire sino in fondo cosa diavolo fosse accaduto, e al giorno precedente, quando tutto era al suo posto. Un’immagine del mondo conservata come un fantasma da Google Streets…

Difficile trovare le parole per raccontare la zona rossa di Amatrice. È un paesaggio lunare, nel quale sembra quasi venuto meno ogni punto di riferimento. C’è giusto la torre rimasta in piedi sul corso principale a dare la misura e le coordinate. Per il resto è crollato tutto, a partire dalla chiesa di Sant’Agostino. E quel poco che ha retto sarà abbattuto.

Le case sono tutte malconce. Le macerie sono da portare via. La traversata del corso è dolorosa: è penoso fare i conti con il disastro, esorcizzare il dolore. Dalle rovine emergono brandelli di vita: qui una scarpa, là un cappotto, un mobile, qualche stoviglia. Tanti frammenti della vita interrotta dal terremoto. Una forza che ha piegato travi d’acciaio, buttato giù strutture portanti, accartocciato i tetti. Difficile distinguere i muri dai solai.

Gli addetti alla movimentazione delle macerie portano tutti la mascherina: si respira una polvere pesante. In certi punti ce n’è abbastanza per lasciare a terra le impronte dei passi. Come sulla luna. È il pulviscolo che avvolgeva il borgo nelle prime ore del 24 agosto. Si è posato come una coltre spessa su quel che resta del paese, ma vola di nuovo nei mulinelli mossi dal vento, o cadendo dalla benna delle ruspe.

Anche il poco rimasto dopo le prime scosse è andato perduto. Un pezzo per volta, a ogni nuovo fremito dell’Appennino. Resta solo il silenzio: a camminare tra i poveri relitti delle case viene da parlare piano, quasi sottovoce. Si ha quasi paura di disturbare. La quiete è interrotta solo dai rumori delle pale meccaniche, dai motori degli autocarri dell’esercito.

La scena non cambia imboccando via Madonna della Porta, per raggiungere la basilica di San Francesco. Non è rimasto quasi più nulla. I vigili del fuoco stanno smontando il portale in pietra per salvarlo. Del rosone sulla facciata è rimasto mezzo buco.

Dal lato opposto sta via Cola. Ci sono la chiesa di Sant’Emidio, sede del museo civico, e la sua torre storta per le crepe. Per strada si incontrano case dalle facciate inclinate, che a poco a poco cedono alla forza di gravità. Di lato i muri già esplosi lasciano a vista bagni, camere da letto e cucine. Più sotto si raggiunge la casa delle Ancelle del Signore, destinata a essere abbattuta. Stesso destino dell’ospedale Grifoni, conservato in funzione fino al terremoto con tante battaglie. Il 24 agosto si saliva ancora da qui. Adesso l’accesso è sbarrato.

Si torna indietro, fino a riguadagnare l’area sicura, oltre le transenne. E mettendo un passo dietro l’altro l’occhio cade ancora sulle macerie, sulle pietre, sulle tegole. La gente vorrebbe fosse tutto setacciato alla ricerca delle cose perdute. Molti recuperi sono stati fatti per tempo, ora non è più possibile. La rimozione delle macerie non potrà rendere giustizia agli oggetti d’affezione e ai valori rimasti sepolti. Si lavorerà all’ingrosso nella speranza di fare presto. E il vuoto dei ricordi sarà uno dei prezzi da pagare per la ricostruzione.

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