Regioni in campo per contrastare il gioco d’azzardo

Interventi di varia natura: dal contrasto delle dipendenze da gioco al numero e distanza delle sale gioco rispetto a scuole, chiese e oratori; da percorsi educativi alla formazione specifica sulla natura dei diversi giochi e sulle reali possibilità di vincere. Mentre lo Stato lucra con le tasse sui giochi e poi inserisce la ludopatia tra le malattie cui assicurare i “Livelli essenziali di assistenza”.

Quasi 2 italiani su cento sarebbero affetti da una particolare “malattia”: quella del gioco d’azzardo compulsivo o patologico (Gap), sindrome che in termine tecnico è detta “ludopatia”. Si tratterebbe di 790mila giocatori “problematici” che rischiano seriamente di diventare dipendenti, se già non lo sono, dal gioco d’azzardo nelle sue varie forme: lotto, superenalotto, video-poker, slot machine, gratta-e-vinci vari, giochi on-line, video-lottery e altri. Spendono, spandono, sono sempre attaccati alle “macchinette”, o compilano ossessivamente schedine del “Win for life”, sperando nel colpo di fortuna: nel 99,9% dei casi va male, ma insistono. E molti si rovinano. Accanto a loro qualche altro milione di italiani, specie negli ultimi tempi di crisi, hanno aumentato le giocate, mentre contemporaneamente diminuivano gli acquisti ordinari: segno – dicono all’Ipsos che ha curato una delle ultime ricerche in materia – che la crisi morde e i più deboli “tentano la sorte”, sperando di vincere qualcosa. Lo Stato gongola: dagli ultimi dati disponibili, ci stiamo avvicinando ai 100 miliardi annui di puntate (circa 1670 euro a testa!), cui fa riscontro un prelievo fiscale di circa 11 miliardi. Il “Bingo” è tassato all’11%, le slot al 13%, le video-lottery al 5%, il Superenalotto al 44,7%, un vero record, il Lotto al 27%, ma alcuni giochi on-line solo dal 3% in giù addirittura fino allo 0,3%. I Governi hanno tentato di aumentare la quota di Preu (prelievo erariale unico sui giochi d’azzardo), perché – come è noto – ha bisogno di fare “cassa”. Ma a spese di chi? Proprio dei cittadini più indifesi. Gli osservatori più accorti notano che la “ludopatia” è un pericolo che colpisce maggiormente le popolazioni più povere o in crisi (solo lo 0,02% degli svizzeri, ad esempio, ma ben il 2,2% nell’Irlanda del Nord).

Una “malattia” vera e propria.

Ma che succede se un cittadino diventa giocatore patologico, si indebita, ha crisi psichiatriche, rompe con la famiglia, delinque per procurarsi il denaro che non basta mai? Ecco che lo Stato, il quale un po’ ipocritamente favorisce il gioco d’azzardo perché porta denaro gratis alle esangui casse pubbliche, ha dovuto inventarsi un rimedio. Ha così deciso di inserire la ludopatia tra le malattie cui assicurare i cosiddetti “Lea” (Livelli essenziali di assistenza), un insieme di cure e servizi che dovrebbero essere a carico del Servizio sanitario nazionale. La legge va ancora perfezionata, anche se i presupposti ci sono tutti: manca l’accordo tra Stato centrale e Regioni, che saranno poi chiamate ad attivare nei rispettivi territori quegli stessi “Lea”, cioè l’assistenza concreta dei malati. Comunque è assodato che la ludopatia viene considerata alla stessa stregua di altre dipendenze (alcolismo, tossicodipendenza) con l’aggravante che, oltre al 2% circa di casi gravi, riguarda potenzialmente quasi la metà della popolazione, quei 32 milioni di italiani che giocano. Ciascuno brucia, come minimo attorno ai 1.500/2.000 euro l’anno, in pratica 200 e più euro al mese. Per contrastare la ludopatia oltre che per prevenirne la diffusione, sono intervenute varie norme, tra cui il divieto della pubblicità dei giochi d’azzardo e la collocazione delle sale gioco distanti dai centri di raduno dei giovani.

Insegnare la statistica, vera “medicina”.

Qualcosa si muove, dunque, anche se forse sarebbe necessario accelerare maggiormente, visto la diffusione del fenomeno. I gestori dei giochi e delle sale gioco, rappresentati da “Sistema Gioco Italia” aderente a Confindustria, messi sotto pressione dall’opinione pubblica, dalle associazioni dei consumatori, dalle varie consulte del volontariato, dalle Caritas, dalle Fondazioni anti-usura che spesso devono farsi carico di aiuti a famiglie “distrutte” dal gioco, hanno annunciato l’intenzione di “riordinare” il sistema degli apparecchi, riducente di varie migliaia i punti vendita (in pratica potrebbero saltare ben 40mila “macchinette”). Ma forse non basterà. Diverse Regioni, nel frattempo, hanno provveduto a legiferare in maniera autonoma. Così, ad esempio, Trento e Bolzano (le due province con statuto autonomo), Liguria, Toscana, Lazio, Emilia-Romagna, Lombardia, Abruzzo, Puglia, Veneto, Molise. Si tratta di interventi di varia natura: dal contrasto delle dipendenze da gioco al numero e distanza delle sale gioco rispetto a scuole, chiese e oratori; da percorsi educativi alla formazione specifica sulla natura dei diversi giochi e sulle reali possibilità di vincere. Perché – qui sta uno dei “segreti” delle vittoria sulla ludopatia – gli esperti di matematica e statistica concordano su un dato: basterebbe tenere ai ragazzi, studenti dai più piccoli a quelli universitari (ma anche agli adulti, che sono le maggiori vittime), dei brevi corsi in cui si spiega la bassissima probabilità di centrare la “sestina”, tanto per fare un esempio. Al Superenalotto tale percentuale è di 1 su 600 milioni: cioè l’equivalente di “zero”. È pur vero che ogni tanto qualcuno centra il mitico sei, e si porta a casa qualche milione di euro, ma nel frattempo per settimane o per mesi milioni di giocatori sono a bocca asciutta. E le società di gestione dei giochi, insieme allo Stato, incassano… e ringraziano i polli che si spennano da soli!

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