Rai in cura dimagrante

Nervi a fior di pelle per i risparmi chiesti dal Governo, ma tagliare si deve

Com’era prevedibile, l’annuncio del premier Matteo Renzi di voler tagliare il bilancio della Rai per 150 milioni di Euro ha provocato una levata di scudi da parte dei dipendenti della televisione di Stato italiana e la riapertura di un dibattito (peraltro mai chiuso), sulla funzione – e, soprattutto, sugli sprechi – del servizio pubblico.

L’iter del provvedimento annunciato da Renzi è in corso. In Commissione Bilancio al Senato il taglio di 150 milioni a carico della tv pubblica è stato confermato, insieme alla possibilità di dismettere Rai World cedere quote di Raiway. Si sta però lavorando sulla ridefinizione della ventilata cancellazione delle sedi regionali, che probabilmente si trasformerà in un adeguamento delle stesse alle effettive esigenze di copertura di ciascuna regione.

Comunque la si pensi politicamente, è comprensibile che in un clima di “spending review” (in ragione di una crisi da cui non si intravvede l’uscita, nonostante le promesse e le speranze) le sforbiciate annunciate a tutti i livelli non possano non riguardare un’azienda che, nonostante una guida negli ultimi anni sempre più oculata e attenta a far tornare i conti, presenta ancora molti aspetti da “carrozzone”.

Che la pachidermica struttura della Rai abbia sacche su cui si può utilmente intervenire per ridurre i costi e ottimizzare le risorse è fuori di dubbio. Altrettanto lo è che la stessa azienda debba poter essere (ri)messa in condizione di esercitare il proprio mandato di servizio pubblico nel vero senso della locuzione, cioè con un’offerta di programmi di interesse collettivo, utili alla comunità sociale, volti a favorire una sempre maggiore consapevolezza dei propri diritti e doveri civici da parte di tutti.

Certo, queste ultime sembrano parole alquanto retoriche e pure fuori moda in un mercato televisivo sempre più esasperatamente improntato sulla concorrenza spietata e sull’esigenza di fare audience a tutti i costi, senza esclusione alcuna di trovate a effetto e “colpi” bassi. Ma, in realtà, proprio di questo si tratta, essendo la Rai a tutti gli effetti una televisione pubblica, impegnata con gli italiani a una programmazione all’altezza della sua “mission” anche da un Contratto di Servizio con il governo che – seppure scaduto e ancora in fase di formalizzazione nella sua ultima versione – resta la direttrice produttiva della Radiotelevisione Italiana.

Resta aperto il fronte dei molti dirigenti non più politicamente in auge ma comunque lautamente pagati (a volte per fare poco o niente), sulla base di un antico retaggio che replica uno degli aspetti deteriori del pubblico impiego in genere e niente ha a che fare con efficienza, qualità dell’offerta e utilizzo sensato delle risorse. Come pure è da affrontare decisamente il capitolo degli ingaggi multimilionari di certe video-star che, se da un lato (sulla carta) garantiscono alla rete ascolti di tutto rispetto, dall’altro sono in troppo evidente contrasto con la crescente fatica di sbarcare il lunario dei comuni cittadini.

Il mercato dei diritti televisivi ancora “ipertrofico” nonostante la crisi fa la sua parte, imponendo investimenti esorbitanti (per i Mondiali di Calcio in Brasile la Rai ha sborsato 100 milioni di Euro) che non sempre garantiscono introiti pubblicitari all’altezza e gli inserzionisti sono molto meno propensi di un tempo a investire negli spot. E questo non aiuta a far quadrare i conti.

Ma ben venga la sforbiciata, se servirà a responsabilizzare i vertici della Rai, i dirigenti, i capistruttura e – in generale – tutti quelli che vi lavorano, verso un maggiore e migliore impegno a tutela della imprescindibile funzione di servizio pubblico, fuori dai clientelismi e dalle lottizzazioni politiche.

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