Chiesa

Quei martiri che sono tra noi

Il 24 Marzo si celebra la 28esima Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri. Lo slogan scelto da Missio Giovani per celebrare la giornata quest’anno è: “Innamorati e vivi”

«Ci siamo chiesti cosa significa essere “Innamorati e vivi” alla luce del martirio come conclusione di una vita donata, ma anche come inizio del cammino verso la santità – spiega Giovanni Rocca -. Quest’anno ricorre il 40esimo anniversario dell’uccisione di monsignor Oscar Arnulfo Romero, un evento che è stato sempre al centro dell’identità stessa della Giornata, e che continua ad ispirarci.

Il sacrificio di questo pastore ancora oggi parla a tutti: ai giovani, ai gruppi missionari, alle parrocchie che si riuniscono per farne memoria e pregare.

Da quando la Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri è stata istituzionalizzata nel 1992, cioè presa in consegna dalla Chiesa italiana su proposta dell’allora Movimento Giovanile Missionario delle Pontificie Opere Missionarie, oggi Missio Giovani».

Risalendo all’origine di questa Giornata è emerso che già un paio di anni dopo, la gente di El Salvador e di altri Paesi celebrava il 24 marzo, data del sacrificio di quello che già subito dopo l’uccisione nel 1980 era chiamato “El santo de America”.

«Anche in Italia – continua Rocca – Romero è subito diventato icona di una Chiesa che affianca il suo popolo fino al sacrificio estremo.

Pensando all’ultimo Mese Missionario Straordinario e all’eredità che ci ha lasciato Romero, abbiamo individuato lo slogan “Innamoràti e vivi” che si può leggere anche come l’esortazione “Innamòrati e vivi”.

Questa seconda chiave di lettura definisce il martire come una persona che si innamora di una causa, di un popolo perché guarda con gli occhi del Vangelo, e decide di vivere per quella causa, per quella gente.

Oggi soffriamo della perdita dei grandi ideali, è importante riproporre ai giovani l’entusiasmo e il coraggio di un martire che dice: “Solo se ti innamori di una causa puoi vivere pienamente e trovare la tua vocazione”».

Ma c’è ancora una terza lettura: anche dopo la morte i martiri restano per sempre segno d’amore e di vita, come testimonia tutto ciò che è nato intorno al ricordo di monsignor Romero.

Spiega il Segretario di Missio Giovani: «Il sangue dei martiri è seme di Vangelo, e per le tematiche che evoca, la Giornata si avvicina molto allo spirito del Venerdì Santo.

La preghiera e il digiuno accomunano i due appuntamenti e ci ricordano che Cristo è il primo martire.

Ha vissuto la disperazione dell’uccisione, nella solitudine dell’incomprensione perfino dei suoi amici più fedeli, quel Venerdì Santo è il giorno della morte non solo di un uomo ma anche delle sue idee, del suo progetto e di quelli del popolo di Israele che da secoli aspettava il Messia.

Invece nel giorno della Pasqua, risorge proprio in forza di quello che aveva annunciato. Nel martirio c’è il principio della resurrezione».

La Giornata dei Missionari Martiri è diventato un appuntamento fisso della Quaresima e dell’anno pastorale e i materiali di animazione preparati da Missio Giovani sono diffusi in tutte le diocesi italiane.

«Il materiale viene preparato dai giovani non solo per i giovani ma per tutta la comunità ecclesiale, per le diocesi. Oltre ai materiali che proponiamo ogni anno, ci sono anche due strumenti particolarmente vicini al mondo giovanile: il cineforum con cinque film su tematiche di vite vissute nel martirio, e l’animazione di strada con iniziative di piazza per sensibilizzare la gente».

Ma il martirio non è solo una vicenda individuale, ci sono anche dei popoli martiri, come sottolinea Rocca: «I missionari che girano il mondo si trovano in situazioni e contesti in cui si può toccare con mano ciò che accade ad intere popolazioni.

Là dove un popolo viene impoverito, là dove viene fomentata una guerra che lo costringe alla fuga, là dove la gente viene privata dei diritti fondamentali, non ci troviamo forse di fronte ad un popolo martire?

Un giovane della mia età che vive in una delle aree geografiche dove c’è sfruttamento, guerra, cosa lo spinge a non lasciare la propria terra se non il senso di appartenenza e di rispetto dell’identità della gente di cui fa parte? Speriamo che queste condizioni non conducano alla morte, però abbracciare appieno certe sfide significa essere disposti anche a rischiare la vita».

Da missioitalia.it

Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *