La professione di suor Francesca: povertà, castità e obbedienza le chiavi della libertà

Atleta professionista, con una carriera quasi certa da personal trainer, Francesca Maria Ercole ha invece scelto la vita consacrata. Così, la scorsa domenica, davanti dal vescovo ha fatto la sua professione di fede nel monastero di Santa FIlippa Mareri, circondata dall’affetto delle consorelle. Nell’omelia mons Pompili ha sottolineato la necessità e la ricchezza per tutta la Chiesa della scelta della giovane.

«Affermerai a voce alta di voler accettare tre cose: la povertà, la castità e l’obbedienza». È andando diritto al punto che il vescovo Domenico ha indicato la strada a suor Francesca Maria Ercole, nel giorno della sua professione temporanea, nel monastero di Santa Filippa Mareri.

I nostri lettori l’avevano già conosciuta in occasione dell’Incontro pastorale diocesano. A lei, infatti, era stata affidata una delle testimonianze giovanili in fatto di “scelte coraggiose”. A lei che, a 35 anni, ha scelto il velo seguendo il desiderio di consacrarsi al Signore, incontrato quando la sua vita era fatta di tutt’altro: dall’atletica, dallo sport a livello agonistico, dalla prospettiva di una carriera come personal trainer. «Non mi mancava nulla – aveva raccontato dal palco di Contigliano – ma le relazioni erano tutte superficiali».

La prospettiva che le si apre ora davanti è invece tutta votata alla profondità. «Con la tua vita – ha detto mons Pompili – sarai una risposta concreta, esemplare, visibile, una testimonianza del primato di Dio su ogni altra creatura».

A questo serve la scelta della povertà: a dire che non si possono mai mettere i soldi prima delle persone. E non è solo una posizione spirituale, ma un messaggio forte, sociale, politico. Perché oggi il mondo va nella direzione opposta, con il denaro che sembra prevalere sulla dignità delle persone. Lo si vede dalla misura in cui i diritti vanno nuovamente legandosi al censo in fatto di salute, istruzione, democrazia.

E la scelta di vita povera fatta da Francesca contrasta con questa mentalità diffusa, quasi insuperabile, non meno della scelta della castità. «Che non vuol dire che diventi zitella per sempre – ha scherzato il vescovo – ma che scegli un altro genere di generatività, quello che non è semplicemente un fatto biologico», ma un atteggiamento verso il prossimo. «Tu sarai casta perché vuoi che la tua vita sia uno spazio accogliente, nel quale ciascuno possa entrare e uscire senza mai sentirsi catturare, e lasciandoti la possibilità di essere te stessa». Si tratta di una scelta di vita esigente, ha riconosciuto il vescovo, «sarà un richiamo per tutti all’idea che l’amore non può mai diventare un pretesto per assecondare i propri desideri, le proprie pulsioni. Mai come oggi una giovane che sceglie questa strada è una sorta di provocazione per tutti, perché riafferma una sorta di libertà nell’amore che non vuole catturare gli altri, ma accoglierli e lasciarli liberi».

Quanto all’obbedienza, «non significa rottamare il cervello e obbedire semplicemente a un capo, ma scegliere consapevolmente di legare le proprie scelte, le proprie decisioni, la propria quotidianità, al bene comune, che di volta in volta ti verrà manifestato dalle vicende della vita. Anche l’obbedienza è uno schiaffo alla nostra quotidianità, nella quale crediamo che si è liberi quando facciamo quello che ci pare e piace. In realtà siamo liberi quando decidiamo di legarci a qualcuno e per questo qualcuno siamo disposti a mettere in secondo piano noi stessi».
E alludendo al passato di atleta di suor Francesca, il vescovo le ha augurato di fare della sua vita una vita di corsa, «cioè missionaria». Perché «il Vangelo ha sempre un carattere di fretta, di istantaneità, e la gente ha bisogno come del pane di vedere persone che vivono come tu hai intenzione di fare, tornando all’essenziale della fede cristiana, che non consiste nell’allargare gli spazi della Chiesa, ma nel portare Dio nella vita delle persone».

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