Primo: togliere ogni ingessatura al cattolicesimo

Papa Francesco non ha perso l’occasione per delineare i contorni della Chiesa del Terzo Millennio perché recuperi il posto che le spetta nel cuore di tutti, a partire dai più poveri. E per farlo ha scelto il linguaggio della semplicità, senza nascondere la sfida portata dalla modernità. Così come dalle sette, a cui oppone la proposta gioiosa del cristianesimo. Con una quota di rischio: scendere nella notte senza essere invasi dal buio.

Il Brasile come macro-cosmo del mondo. Come un luogo tipo per progettare la Chiesa del terzo millennio già inoltrato. Per quale ragione? Perché si situa, oggi come nel passato, nell’incrocio della modernità. E la modernità non solo dell’Europa o degli Stati uniti, cioè dell’Occidente, ma quella che avanza nei popoli emergenti. E’ diversa questa mentalità moderna dei popoli nuovi? Sì! Ha bisogno non di razionalità, di freddezza calcolatrice, ma di cuore e di amore, di mistero, di bellezza. Se è lecita l’immagine quasi poetica, ma intuitiva della fede, Papa Francesco chiede ai cristiani, ai sacerdoti, ai pastori di scendere nella notte senza essere invasi dal buio e perdersi. Chiede di tornare missionari.

Come dire che il Papa guarda davvero al Brasile, ma potrebbero essere le Filippine o il Perù, i paesi dell’Africa, ossia i paesi in via di sviluppo – linguaggio che però non gli appartiene – situati ai confini della terra. La sua cifra di lettura si chiama periferia dello spirito e periferia dell’esistenza, che coincide con le periferie delle città, dello sviluppo, dello sfruttamento, delle anime. E’ allora il cristianesimo che viene predicato e proposto tra queste immense popolazioni è troppo elevato? E’ tradotto, incarnato, inculturato, in un sistema di pensiero che tiene lontani o allontana tanto i poveri che gli acculturati?

Che cosa non va, si chiede senza alcun tono drammatico, ma conscio di quanti abbandonano la “Grande Chiesa” per disperdersi nei gruppi religiosi che sentono più adeguati i movimenti alle possibilità della loro vita, alle situazioni di miseria umana e spirituale? Eppure – risponde il Papa – “la gente semplice ha sempre spazio per il mistero” – Serve una Chiesa della bellezza, della Madre, come quella che intuirono i pescatori che divulgarono la devozione dell’Aparecida. Occorre lo stupore dei discepoli di Emmaus. Forse che la Chiesa – si domanda ancora affondando il coltello nei problemi del cristianesimo brasiliano ma anche africano o magari anche europeo – aveva risposte per l’infanzia dell’umanità e non per l’età adulta?

La sua risposta è tutta spirituale. Ma non è per questo meno disincantata della conoscenza delle obiezioni moderne più agguerrite nel respingere o mettere in difficoltà la religiosità. Il risultato del lavoro pastorale non si misura dalle ricchezze delle risorse, ma sulla creatività dell’amore. Servono tenacia, fatica, lavoro, programmazione, organizzazione, ma la forza della Chiesa abita in Dio. Punto e a capo.

Il Papa, dunque, per mandare avanti la Chiesa domanda un continuo ribaltamento di prospettiva. Si chiama fede. Capace di irrorare le opere, anzi sorgente di opere. Al mondo esterno chiede invece libertà di annunciare il Vangelo. La Chiesa intende essere presente nel mondo con una offerta ben precisa e in ciò domanda di essere ascoltata. Essa detiene “un patrimonio immateriale senza il quale la società si sfalda”.

Indubbiamente l’approccio di Papa Francesco è diverso e nuovo a modo suo. Nel moltiplicarsi dei movimenti e sette religiose, cioè nella ricerca di un dio personalizzato, individualizzato, come direbbe Ulrich Beck, quasi fatto su misura dei limiti e delle fragilità della vita, coglie una carenza della pastorale, probabilmente troppo incentrata sulla dottrina. Preoccupazione che è anche la sua, ma che non deve stare in prima linea. Davanti occorre porre l’entusiasmo del Vangelo, la sua bellezza, la sua misericordia. Che cosa significherà? Ancora il Papa, per usare un linguaggio laico, tiene le carte coperte.

Papa Bergoglio teme la modernità laica quanto quella della religiosità gestita in proprio dalle sette. Domanda, senza ancora dirlo esplicitamente, una preghiera, forse una liturgia, più popolare. Pone dunque sfide alla Chiesa per togliere ogni ingessatura al cattolicesimo. Forse vede anche utile una modularità negli interventi e nei comportamenti adattati alle Chiese nel mondo. Più vicinanza alla gente è il suo leitmotiv. Che significa semplicità. La Chiesa nel suo pensiero e nella sua prassi sembra un laboratorio. Per osare altre strade.

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