La preghiera laica dei Madonnari nella Valle del Primo Presepe

«Sono i miei ragazzi, quanti ne ho accolti e quanti addirittura ne ho salvati, di quelli che avevano preso una brutta strada, magari facendosi incantare dalla droga». A parlare è Gabriella Romani, decana ed anima dei Madonnari di Curtatone. Anche lei, come molti altri colleghi, è arrivata a Rieti per il contest di pittura dedicato alla reinterpretazione del presepe francescano nell’ambito del progetto “La Valle del Primo Presepe”.

Gabriella ha una disabilità che esibisce con orgoglio ed ironia, quasi fosse una medaglia da appuntare sul petto, insieme al bizzarro codino che le spunta sulla testa e che la contraddistingue da tutti gli altri. «Nei quarant’anni in questo ambiente ne ho vissute di esperienze, tra asfalto e gessetti colorati. Perché ci sporchiamo le mani e siamo per ore a terra spesso siamo considerati artisti di seconda scelta, gente di poco conto, e pensare che siamo quasi tutti laureati!».

Le chiedo da cosa percepisca questo preconcetto, risponde alzando le braccia rassegnata: «a volte calpestano le nostre opere nello stesso momento in cui ci stiamo lavorando, senza alcun rispetto. Lo capiamo da questo e da altri atteggiamenti, e anche dalle sistemazioni per dormire al limite della decenza che ci riservano. Qui invece siamo in un hotel con tutti i confort, ci siamo sentiti davvero accolti, voluti».

Gabriella racconta quel 1977 in cui, insieme ad alcuni amici, iniziò per gioco a disegnare per terra in una minuscola piazzetta di Curtatone, nel mantovano: «era la tradizionale Fiera delle Grazie che si tiene a Ferragosto, avevamo voglia di fare qualcosa di creativo, e chiedemmo il permesso di decorare a terra, ci sembrava un’idea carina». Un’idea che piacque così tanto agli organizzatori e ai visitatori che l’esperimento fu ripetuto ogni anno, fino ad oggi, quando a Curtatone nei giorni di Ferragosto arrivano circa duecento Madonnari provenienti dall’Italia e dall’estero, un evento che è diventato un’istituzione nel suo genere. «È per quell’episodio che ci chiamiamo Madonnari, non certo perché raffiguriamo solo la Vergine. La nostra arte è piuttosto un modo per ringraziarla, perché proprio nel giorno dell’Assunta ci è stata data la possibilità di creare le nostre opere nella maniera che ci è più congeniale. Come una sorta di preghiera laica». Alcuni sono credenti, altri no, eppure tutti riescono ad imprimere sulle loro creazioni un messaggio spirituale forte, in alcuni casi perfino commovente.

«Siamo come una grande famiglia, abbiamo perfino dei rituali, come quello della campanella che suono per richiamarli all’attenzione ed alla concentrazione». E poi, il cuore e l’entusiasmo della gente, il vero motore che spinge i Madonnari a chinarsi sull’asfalto per creare i loro quadri precari, fuggevoli, luminosi solo per poche ore, fino a che il calpestio non li cancelli del tutto. «La generosità della gente ti emoziona – dice Gabriella – soprattutto perché non siamo abituati a chiedere mai nulla. Ed è quando arriva qualcuno a portarti un po’ d’acqua, qualcosa da mangiare o un qualsiasi altro dono senza averlo richiesto che sei davvero felice di fare questo mestiere».

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