Poveri cristi ribelli

Verso l’abbrutimento omologante del mondo che viene occorre escogitare nuove strategie di resistenza.

«Non esito ad attribuire ai ribelli il merito di una più vicina fedeltà a Cristo».
Ignazio Silone
L’avventura di un povero cristiano

“póri cristiani”


Ormai è abitudine vedere sui media gli sbarchi degli uomini che fuggono dal Nord Africa per approdare clandestinamente sulle coste italiane. Capita allora che lo scorrere delle immagini venga commentato da qualche spettatore con un «póri cristiani», o qualcosa di simile. Può suonare strano, perché semmai sono poveri musulmani, ma ovviamente “cristiano” in quel contesto vale semplicemente come “uomo”. Non è una semplice abitudine linguistica. La nostra antropologia è ancora fondata su quell’orizzonte di valori. Nonostante la spinta laicizzante che ne ha ridotto la portata ai minimi termini, l’Uomo che abbiamo universalmente in mente è ancora quello costruito da secoli di pensiero cristiano.

una dimensione complessa


Non si tratta, è chiaro, di una dimensione univoca e netta. Anche al di là della propria frammentazione formale, come ogni altro sistema culturale il pensiero cristiano è il prodotto di una sedimentazione di interpretazioni, di modi di stare al mondo. È il risultato dei tentativi fatti per coniugare il vangelo originario al tempo presente. E non solo rivolgendo lo sguardo ai massimi sistemi, a ciò che è universale. Certo, la Chiesa non si sottrae a questo compito di ampio respiro, ma i “poveri cristi” hanno il fiato sempre più corto: i popoli e le vite individuali sono troppo schiacciati dall’impellenza delle proprie necessità.

le forze contrarie


Le forze che muovono in direzione contraria ai loro bisogni si fanno sempre più forti e più d’uno finisce per avvertire un contrasto insanabile tra la propria aspirazione al bene e un contesto in cui tale spinta è mistificata o esclusa da qualunque discorso.

la disperazione giustificata


Cosa centrano le derive che gli Stati e le società si lasciano imporre dall’ideologia ultraliberista con quanto realmente ci occorre? Il nostro è il tempo di un ritorno alla povertà. Dopo il benessere consumista e la vita agiata, anche al di sopra delle possibilità reali, sulle nostre società si affaccia in modo concreto lo spettro di una pesante recessione. Da questo punto di vista non ci sarebbe granché da piangere, ma si cammina come i gamberi anche sui diritti e la qualità della vita. In questo contesto la disperazione è giustificata.

rimedi peggiori dei mali


Assistiamo attoniti a misure drastiche che spremono risorse dai redditi medi e piccoli mentre lasciano intatti i privilegi degli ultra-ricchi. Queste manovre dei forti sui deboli, pesanti e squilibrate, vengono accettate dai cittadini nella speranza che servano a superare un momento difficile con la prospettiva di una ripresa. Sarà vero, ma a noi i conti non tornano. In una situazione in cui la mancanza di denaro è esperienza comune, l’economia ristagna e la disoccupazione aumenta, sottrarre soldi ai cittadini è una scelta discutibile. Si può pensare di curare l’anemia con i salassi? Non saremo tecnici di livello, ma ci pare che il Paese abbia un disperato bisogno di disporre delle risorse necessarie a rimettere in moto la produzione della ricchezza. Altro che tagli alle pensioni, aumento dell’Iva e nuove tasse sugli immobili. Speriamo di essere cattivi profeti, ma le cure che vengono imposte all’Italia impediranno la ripresa e faciliteranno semmai la tendenza alla depressione, economica e umana.

Mettere toppe alla finanza (pubblica o privata che sia) a spese dell’economia reale è salvare le apparenze a spese della sostanza. C’è da scommettere che nel breve termine il Paese otterrà l’approvazione dei mercati e dell’Europa. Lo spread è già sceso. Ma che tutto questo freni la recessione, la sofferenza delle imprese e dei lavoratori è assai improbabile. Più facile è che di fronte a noi si apra un tempo in cui le tensioni sociali si faranno sentire in modo crescente.

contare su se stessi


Davanti alle possibili difficoltà che dovremo affrontare, sarà un bene se riusciremo ad organizzarci secondo punti di vista diversi. Inutile guardare alla sapienza dei tecnici. I poveri cristi hanno sempre potuto contare solo su se stessi. Ma così facendo, spesso, hanno scoperto di avere risorse inaspettate. Per rispondere adeguatamente al nostro tempo allora, è bene approfondire la conoscenza di sé, studiare e capire quanto abbiamo attorno. In un ambiente ostile occorre sapersi muovere con cognizione e capacità critica. Una buona strategia è potenziare tutto ciò che libera dalle dipendenze e dai monopoli. La produzione in proprio dell’energia che occorre alle nostre case, ad esempio, vale forse di più della pensione integrativa.

Possiamo trovare sollievo nel ritornare a coltivare la compassione e la capacità di collaborare e di aiutare. Piuttosto che alimentare l’invidia e la competizione sociale conviene avere cura delle relazioni e promuovere nuovi equilibri. Di fronte all’obsolescenza programmata in ragione del mercato, rende di più investire su saperi e competenze che sulle cose. Eventuali risorse economiche si potrebbero investire finanziando servizi collettivi che liberino dalle dipendenze anche a livello di comunità.

Sarebbe un tipo di ribellione tutto nuovo, non violento e capace di mantenere quanto di buono si trova nel sistema.

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