A chi possiamo dire sì o no con sicurezza?

Perché dovunque l’America metta piede (come Iraq, Libia) si producono terrorismo, fondamentalismo e instabilità? Perché Luca Cordero di Montezemolo ha ricevuto 27 milioni di liquidazione (una cifra inimmaginabile, impossibile, assurda)? Perché l’Isis è piena di infiltrati inglesi, italiani, americani? Perché ammazzano le suore, che non sono pericolose per nessuno? Perché il più grande Apple Store del mondo aprirà a Dubai? Perché le nuove Ferrari montano sistemi informatici Apple? Perché i giornalisti sportivi riescono a parlare solo di Balotelli? Perché l’Italia è l’unico paese che non riesce a uscire dalla crisi? Perché il povero ragazzetto ucciso a Napoli deve diventare a tutti i costi un eroe? Perché il poliziotto suo uccisore (un altro povero ragazzo) deve essere consegnato alla folla o ai suoi capi? Perché (camorra a parte) questo bisogno generale di assassini e di eroi?

I talk show ci riempiono di spiegazioni, di tabulati, di quadri generali, di interpretazioni tutte diverse e tutte indiscutibili, e noi sempre più cerchiamo qualcuno con cui discutere davvero, con cui scambiare il solo bene prezioso rimasto nella confusione generale, in mezzo a tutte queste cose troppo grandi, a questi depistamenti troppo ben congegnati perché possiamo recuperare la giusta versione dei fatti, il reale svolgimento degli eventi.

Questo bene prezioso è la nostra esperienza, ciò a cui noi possiamo dire sì o no, non perché ne sentiamo parlare, non perché ascoltiamo o leggiamo un discorso, un’interpretazione, ma perché esiste, perché constatiamo che esiste. Siamo talmente ostaggio dell’astrazione, del virtuale, da aver modificato anche la nostra idea di ciò che “esiste” o “non esiste”. Il virtuale, in particolare, nasconde pericoli. In questa dimensione tutto viene assorbito in egual misura e la realtà in quanto tale viene a perdere ogni fondamento. Ci si tuffa nello schermo e non si mantiene più la distanza dello sguardo, della contraddizione che è propria della realtà. In fondo ciò che esiste nel reale si situa all’interno di un universo differenziato, mentre il mondo virtuale è un universo integrato. Si accentuano quindi le contraddizioni fra vero e falso. Nella virtualità non c’è più né soggetto né oggetto, ma entrambi, in via di principio, sono elementi interattivi. Il soggetto non ha una posizione propria, una condizione vera in quanto portatore di un sapere, di una storia. Davanti allo schermo ogni volere è effettivamente possibile, ma la posizione del soggetto identitario è pericolosamente minacciata, se non eliminata. Con la diffusione di Internet, e soprattutto con il grandissimo sviluppo delle chat-rooms  offerti dalla rete, l’io è stato a poco a poco soppiantato dal corrispondente io-virtuale, che rappresenta ormai il desiderio di trascendere la propria unicità al fine di poter realizzare ciò che molte persone hanno sempre sognato: cambiare vita o vivere una vita parallela.

Anche la fantasia e l’immaginazione cambiano, perché quando immaginiamo noi possiamo essere concreti o astratti (non è il non-immaginare, il non-fantasticare che ci rende concreti, ma il modo). Un videogioco non è come Paperino, perché il primo nasce da un’astrazione (un mondo binario, dove o sei buono o sei cattivo), il secondo da una geniale riflessione sull’esperienza umana (la forza distruttiva della presunzione).

Ma allora, a chi possiamo dire sì o no con sicurezza? Solo a qualcuno che ci sta davanti, qui e ora, a una presenza da seguire, a cui possiamo consegnare la nostra vita. Per questo Gesù ci insegnò a chiamare Dio col nome di Padre. O è Padre, o la vita non regge, va in confusione di fronte agli urti della realtà, alla quale la nostra mente piena di discorsi astratti (magari anche giusti ma comunque astratti) non sa far fronte. Chi non capisce in quale difficoltà si trova l’uomo, oggi? Non in Africa o in Asia centrale, ma qui, a casa nostra. Quando, di fronte a una malattia, a un tracollo economico, a un errore commesso in passato che torna a galla, nel presente nessun discorso, nessuna analisi ha più il minimo senso. Non servono chiacchiere. Occorrono un abbraccio, una presenza, uno sguardo. L’uomo che sa queste cose giudica tutto, ma non ha fretta di giudicare. Non getta il proprio discorso addosso ai fatti, ma li lascia esistere, maturare, parlare. Quello che speriamo per noi stessi è questo: non di essere bravi interpreti degli eventi, ma di avere sempre davanti qualcuno che ci insegni ad amarli, qui e ora. Il resto è ideologia.

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