Pensioni: è ora di pensare al futuro…

«Saremo tutti esodati»: così avevamo titolato lo scorso anno una densa intervista all’allora segretario della Cgil Tonino Pietrantoni sui temi della previdenza. Un anno in cui nulla sembra cambiato.

In questo periodo in città va per la maggiore il dibattito sulla sanità. Di sicuro è un grande problema, e ha la caratteristica dell’urgenza, dell’immediatezza del bisogno. Ma almeno per le generazioni più giovani dovrebbe essere altrettanto impellente il bisogno di occuparsi del proprio futuro previdenziale. Ce lo conferma una conversazione che abbiamo avuto con la direttrice dell’Inps di Rieti Luigina Gagliardi.

Se dovessimo dare un bilancio di quest’anno – sotto il profilo pensionistico – che anno è stato?

Un anno sostanzialmente di stasi, di riflessione. Ci sono state alcune discussioni estive, come quella sulla “quota 96”: un pourparler. Il nostro Paese non si può permettere di alleggerire troppo il “gradone” che è si è creato con la riforma “Fornero”. Di conseguenza non può che essere un anno di riflessione. Mi auguro che non ci saranno ulteriori riforme, perché prevedibilmente avrebbero un indirizzo peggiorativo. E me lo auguro non solo dal punto di vista tecnico: me lo auguro per noi. Nel caso in cui ci potremo permettere di non riformare ulteriormente sarà perché comunque l’economia sarà ripartita come tutti speriamo.

Cosa aspetta alle generazioni che guardano alla pensione. Che futuro avranno, che pensione sarà?

Io non mi preoccuperei troppo di quanti oggi hanno maturato trent’anni di contributi: sono già a buon punto. Sono preoccupata per quelli che ora hanno tra i quaranta e i cinquanta e non hanno contributi o ne hanno pochissimi. Chi ha versato trent’anni una base garantita ce l’ha. Ma cosa ne sarà degli altri? Di quelli che oggi versano la gestione separata e che ad oggi hanno la prospettiva di percepire due o trecento euro di pensione?

Se dice “ad oggi” è perché lo scenario realistico è di cento euro al mese?

Chissà! Sicuramente se dovessimo proiettare questo momento storico nel futuro non riesco a vedere troppo in positivo. Temo che ci sarà un ridimensionamento del tenore di vita serissimo. Paradossalmente per chi è cresciuto negli anni ‘70 e negli anni ‘80 e ha vissuto un benessere diverso. Non il benessere della generazione precedente, che veniva dalla guerra ed in ogni caso prendevano quanto arrivava come “già benessere”. Qui si parla del benessere di chi non ha avuto nemmeno il bisogno di lavorare, perché a diciott’anni aveva la macchina pagata da papà. È una generazione che soffrirà ancora di più quando in pensione avrà una rendita vitalizia bassissima. Si vivrà un grosso ridimensionamento. E inevitabilmente si riperquoterà su quei figli e nipoti che verosimilmente non potranno essere aiutati dai genitori come è accaduto finora.

La situazione attuale è di questo tipo: manca il lavoro per le giovani generazioni, ma anche per qui cinquantenni che vengono espulsi dal mondo produttivo. Di conseguenza le persone non riescono a versarsi i contributi, tanto meno a farsi una famiglia. Quando si lavora è solo precariamente, a chiamata, senza alcuna possibilità di potersi costruire una identità professionale. Che Italia è?

Spero che sia una Italia che migliorerà. Ma non è una bella Italia. Abbiamo consumato troppo. Non siamo stati abbastanza “formichine”, siamo stati un po’ “cicale”. Altri Paesi non lontani da noi, che adesso ci stanno dettando la strada da seguire, hanno ragionato diversamente pur subendo periodi economici difficili. Ad esempio l’integrazione della Germania dell’est con quella dell’ovest non è stato uno scherzo. Però con una politica economica differente – e ovviamente anche con un’altra impostazione culturale – i risultati sono diversi. Noi abbiamo vissuto anni da “cicala” e culturalmente ci hanno segnato, perché adesso soffriamo anche di più.

Comunque è uno scenario devastante: non aiuta ad avere una prospettiva di medio e lungo periodo le nostre generazioni e anche quelle che vengono dopo di noi. La previsione è quella di vedere davvero l’Italia integrata in tutto quello che vuol dire “sistema Europa” oppure ci dobbiamo aspettare una Italia che va con una seconda velocità, una seconda economia, ed una crisi irrisolta?

L’auspicio è che si migliori, ma la mia lettura non è particolarmente ottimista. Perché non stiamo lavorando abbastanza sulle basi culturali. Non è tanto “l’economia” in sé, è che non stiamo seminando per il futuro. Abbiamo un periodo di difficoltà, è vero, ma è l’incapacità di preparare il futuro che mi preoccupa. Ma spero che il mio sia solo pessimismo o incapacità di cogliere i segnali.

E se invece avesse ragione proprio il suo pessimismo? Se il nostro fosse un declino senza ritorno?

Non rassegnamoci al pessimismo. Io qualche buon segnale lo vedo nella scuola. Noto che i bambini oggi sono costretti fin da piccoli a studiare molto di più. Poi dicono tutti che ci si perde normalmente alle medie o alle superiori. Non lo so, di sicuro la mia generazione ha studiato di meno. E in fondo c’era meno bisogno di studiare: lo studio era quasi rimesso alla volontà o alla genialità della persona. Oggi mi sembra che i bambini siano ben indirizzati. E forse è questo che prima è mancato: un investimento nello studio, nella ricerca, nella prospettiva di una economia che non fosse basata solo sulla rendita del passato – sulle posizioni conquistate dai nostri nonni o dai nostri genitori – ma su qualcosa che avesse a che fare con il futuro.

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