Parrocchie: tenere aperte le porte

Uno dei tratti più affascinanti del Concilio Ecumenico Vaticano II è il fermo desiderio di mettersi in comunione con il mondo contemporaneo, di dimostrare l’attualità del Vangelo e trovare un linguaggio comprensibile anche a coloro che per i più svariati motivi si muovono in territori lontani dalla Chiesa, talvolta anche ostili.

L’11 ottobre di cinquant’anni fa aveva inizio il Concilio Vaticano II. Andiamo incontro ad una ricorrenza importante: il Concilio fu un evento di dimensioni imponenti, difficile da abbracciare tutto in una volta, da contenere tutto in uno sguardo. Ed infatti non sono mancati approcci diversi e diverse letture di quello che ha tutta l’aria di essere un discorso a tre: tra la Chiesa, se stessa e il mondo contemporaneo.

Un discorso inesaurito, conseguenza di un movimento che continua e cresce, anche se non sempre viene riconosciuto. Il cambiamento del mondo, il concretizzarsi dei tratti della modernità, mossero la Chiesa di Giovanni XXIII e Paolo VI a formulare risposte nuove a crisi inedite, senza precedenti. I cinquant’anni che precedettero il Concilio furono gravidi di trasformazioni profonde: sociali, politiche, culturali, economiche, tecnologiche. Ma nei cinquant’anni successivi i mutamenti hanno subito una forte accelerazione.

La riflessione su cosa sia la Chiesa e su quale è il suo ruolo nella società e nella storia richiede di conseguenza un continuo aggiornamento. Non perché il contenuto dottrinale sia superato, ma perché il suo annuncio va calato e approfondito nelle problemi e nei linguaggi propri a ogni epoca.

Ciò nonostante paiono essere sempre meno coloro che si pongono di fronte a domande radicali sulla realtà, sul modo di farsi interpreti del Vangelo, su come dimostrare la desiderabilità di una società maggiormente aderente allo spirito cristiano.

Non abbiamo certo i mezzi per produrre una ricognizione critica del Concilio e delle sue conseguenze dal punto di vista storico, culturale e religioso. Guardando le cose dalla condizione del «povero pedone che misura coi suoi passi il terreno» però, abbiamo l’impressione che l’obiettivo di una Chiesa aperta al mondo, capace di comprenderne le istanze, di dare risposte attraverso le risorse della fede, sia ancora in gran parte mancato. E non tanto dalla parte “alta” della Chiesa, dal punto di vista della riflessione intellettuale e degli orientamenti. I documenti ufficiali, i vari pronunciamenti della Chiesa istituzionale e di alcune figure di primo piano sono spesso carichi di consapevolezza, capaci di analisi illuminanti, in grado di rispondere a molta parte dello smarrimento che accompagna la contemporaneità.

A venir meno è piuttosto lo sforzo da parte della “base”, delle parrocchie, di quel popolo cui proprio il Vaticano II assegna nuova centralità. Non si può ovviamente fare di tutta l’erba un fascio, ma in tanti paiono pensare alla Chiesa come una nave ferma in un porto sicuro (o al peggio arenata in secca) piuttosto che in viaggio verso un orizzonte più ampio.

Una posizione controproducente in un contesto in cui la domanda di spiritualità e il bisogno di orientamento sono spesso necessità pressanti nell’animo di tante persone. Una domanda che forse si ferma sulla soglia delle chiese perché, vista da fuori, la comunità cristiana viene ancora erroneamente percepita come un corpo rigido, come un ambiente chiuso, come un pacchetto di risposte preconfezionate e uguali per tutti.

Uno sforzo per superare questo equivoco sarebbe assai utile sia alla Chiesa che alla società. La prima si arricchirebbe di forze nuove, di punti di vista diversi, di realtà fresche; la seconda si accorgerebbe che il bagaglio di cultura, di riflessioni, di approcci che la Chiesa ha elaborato in due millenni, costituiscono una cassetta degli attrezzi tutt’altro che inadeguati ai problemi del presente.

Ovviamente non abbiamo un metodo da proporre, una disciplina da indicare. Come accade spesso, di fronte al nuovo occorrerà muoversi un po’ anche per tentativi e approssimazioni. Certamente ci vuole fiducia verso chi parrebbe essere lontano e occorre farsi promotori in prima persona delle aperture che si intende ricercare. Sarebbe bello vedere anche un po’ di spericolatezza: la paura di sbagliare o di venire criticati talvolta blocca e impedisce di innovare i gesti e gli argomenti.

La comunicazione tra i fedeli non manca, anzi è cresciuta assieme alla ricchezza dei mezzi di informazione e ad una sempre più capillare presenza dei media digitali. Ma raramente riesce a farsi dibattito pubblico e quando accade molti ne rimangono infastiditi, quasi che ogni fatto riguardi la Chiesa locale e universale debba rimanere chiuso dentro le sagrestie.

Anche rispetto alle tematiche non mancano pregiudizi attorno a ciò che dovrebbe essere alla portata della riflessione religiosa oppure esserne escluso. Una limitazione che rappresenta una evidente contraddizione per una Chiesa che si pensa universale.

Paolo VI, al termine del Concilio, oltre che ai vescovi, ai sacerdoti e ai fedeli si rivolse agli uomini che non conoscono e non comprendono la Chiesa, a quelli che non la ritengono utile, necessaria ed amica, a coloro che pensando di far bene la avversano.

Chissà, forse per riflettere attorno alla ricorrenza della data di inizio del Vaticano II potrebbe essere una buona partenza cominciare dalle parole dell’epilogo.

One thought on “Parrocchie: tenere aperte le porte”

  1. maria laura petrongari

    Non tutti conosciamo a sufficenza i contenuti del Vaticano II.Noi dobbiamo leggere di più.Il Vangelo.E’ attualissimo.E contiene le indicazioni per la storicizzazione del messaggio. Gesù ha consegnato a ciascun battezzato il compito, la missione di testimoniare la sua parola.Le Parrocchie bene tendono a non dispensare pacchetti preconfezionati di comportamenti ma ad ascoltare le sofferenze, i dubbi , i bisogni crescenti dei cristiani e dei non cristiani comprendendo le diversità.Andare di più oltre le comunità che pure sono una ricchezza per tutta la Chiesa.Una Chiesa in cammino.Bisognerebbe far capire arrivando al cuore delle persone, che si deve cooperare per aprire la strada a Gesù nella nostra vita sia individuale che collettiva. Testimoiare la coerenza che è oggi diventato eroico.Far sentire tutti un pò di più operai nella vigna del Signore, ciascuno secondo i propri talenti e disponibilità . Che Gesù è Dio e non solo un uomo eminente della storia sociale non si sente spesso sulla bocca di noi cristiani.Sembra quasi che ce lo siamo dimenticato.
    Comunque ritengo che la Chiesa è sempre più aperta e dialogante e lavora, anche con fatica, per non far sentire nessuno fuori dal raggio d’amore di Dio.

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