Chiesa

Papa Francesco e Benedetto XVI. Novità, continuità, una sola Chiesa

Esce oggi per Rizzoli un volume che mette a confronto il Pontefice e il suo predecessore su temi centrali della fede e della vita dell’uomo. Parolin: tra loro continuità teologica e vicinanza intima

Esce oggi, edito da Rizzoli (pagine 272, euro 18) il libro “Papa Francesco. Benedetto XVI Papa emerito. Una sola Chiesa”. Un volume che mette a confronto Bergoglio e il Pontefice emerito e che nel sottolineare le peculiarità degli stili teologici e pastorali e la diversità dei linguaggi comunicativi, evidenzia la continuità del magistero, la comunanza d’affetto e la consonanza spirituale che li lega. Nella sua presentazione il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin lo definisce un “abbecedario del cristianesimo”. Il libro presenta fianco a fianco le voci di Bergoglio e del suo predecessore su alcuni temi chiave della vita degli uomini e delle donne del nostro tempo. Un’opportunità, aggiunge Parolin per riorientarsi sulla fede, la Chiesa, la famiglia, la preghiera, la verità e la giustizia, la misericordia e l’amore. Nell’articolazione del volume vengono proposte sedici udienze del mercoledì di Benedetto XVI affiancate da analoghi interventi di papa Francesco. È significativo – sottolinea una nota – che tutti i testi provengano dall’incontro di catechesi settimanale, in cui il Pontefice offre ai fedeli con semplicità l’insegnamento della Chiesa. Delle cinque parti in cui è diviso il volume, le prime quattro corrispondono a cicli di catechesi (Chiesa e Famiglia tenuti da papa Francesco, Preghiera da Benedetto XVI e Fede da entrambi, a cavallo del 2013), mentre la quinta (Verità e giustizia, misericordia e amore) tocca altri temi fondamentali trattati in cicli diversi. Ogni parte comprende tre coppie di brani (solo l’ultima ne ha quattro), unificati da un titolo che dichiara il tema comune. I brevi occhielli redazionali forniscono una guida alla lettura: indicano le peculiarità dello «stile» teologico e pastorale dei due autori e suggeriscono un confronto e una sintesi delle loro prospettive.

Il testo si apre con la presentazione del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che pubblichiamo integralmente.

​Nel solenne discorso di apertura del Concilio Vaticano II, Papa Giovanni XXIII dichiarava che il Concilio «vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica», proposta «come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà. Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità […]; occorre che questa dottrina certa e immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione».

È l’interpretazione autentica del Concilio da parte del Pontefice che l’ha indetto, condivisa dal Papa che l’ha concluso, Paolo VI, ed espressa da Papa Benedetto XVI nella formula «novità nella continuità». E la continuità del magistero papale è il solco percorso e portato avanti da Papa Francesco, che nei momenti più solenni del suo pontificato si è sempre richiamato all’esempio dei suoi predecessori. Nel discorso a conclusione del Sinodo per la Famiglia 2015, a poche settimane dall’inaugurazione del Giubileo straordinario della misericordia, Papa Francesco ricordava che «i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito; non le idee ma l’uomo; non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono», evocando le «parole stupende» di Paolo VI: «Possiamo quindi pensare che ogni nostro peccato o fuga da Dio accende in Lui una fiamma di più intenso amore, un desiderio di riaverci e reinserirci nel suo piano di salvezza […]. Dio, in Cristo, si rivela infinitamente buono […]. Dio è buono. E non soltanto in se stesso; Dio è – diciamolo piangendo – buono per noi. Egli ci ama, cerca, pensa, conosce, ispira e aspetta: Egli sarà – se così può dirsi – felice il giorno in cui noi ci volgiamo indietro e diciamo: “Signore, nella tua bontà, perdonami”. Ecco, dunque, il nostro pentimento diventare la gioia di Dio».

Subito dopo Papa Francesco citava Giovanni Paolo II («la Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia […] e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore, di cui essa è depositaria e dispensatrice») e Benedetto XVI («La misericordia è in realtà il nucleo centrale del messaggio evangelico, è il nome stesso di Dio […]. Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l’uomo. Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall’amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l’abbiano in abbondanza», cfr Gv 10,10).

Questa continuità teologica, sempre sottolineata, assume talvolta tratti singolari, quasi profetici. Nel discorso ai parroci e al clero di Roma, tre giorni dopo l’annuncio delle proprie dimissioni, Papa Benedetto XVI ricordava che nelle fasi preparatorie del Concilio Vaticano II, quando era un giovane professore dell’Università di Bonn, era stato incaricato dall’arcivescovo di Colonia, il cardinale Frings, di stendere il progetto per una conferenza intitolata Il Concilio e il mondo del pensiero moderno. Il cardinale Frings aveva talmente apprezzato il progetto che a Genova, in un convegno organizzato dal cardinale Siri, aveva letto il testo esattamente come era stato scritto dal giovane professor Ratzinger. «Poco dopo», racconta Benedetto XVI, «Papa Giovanni lo invita ad andare da lui e il Cardinale era pieno di timore di avere forse detto qualcosa di non corretto, di falso, e di venire citato per un rimprovero, forse anche per togliergli la porpora. Sì, quando il suo segretario lo ha vestito per l’udienza, il cardinale ha detto: “Forse adesso porto per l’ultima volta questo abito”. Poi è entrato, Papa Giovanni gli va incontro, lo abbraccia, e dice: “Grazie, eminenza, lei ha detto le cose che io volevo dire, ma non avevo trovato le parole”». Giovanni XXIII si era riconosciuto nelle parole scritte da un giovane professore tedesco che mezzo secolo dopo sarebbe salito al soglio di Pietro!

Nel caso di Benedetto XVI e Papa Francesco, la naturale continuità del magistero papale ha un tratto unico: la presenza di un Papa emerito in preghiera accanto al suo successore. Nei rari interventi pubblici di questi anni, il Papa emerito non ha mai mancato di sottolineare la peculiarità, lo «stile» del ministero di Papa Francesco: «La sua pratica pastorale» ha dichiarato in un’intervista concessa al gesuita belga Jacques Servais «si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto. A mio parere ciò mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di sé e della propria giustizia l’uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnità di fronte a Dio. Egli è in attesa della misericordia».

Continuità del magistero e peculiarità dello stile pastorale, dunque; ma tra Benedetto e Francesco esiste in primo luogo una viva comunanza d’affetto. Nella toccante cerimonia per il sessantacinquesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Benedetto XVI, Papa Francesco si rivolge al suo predecessore e sottolinea che «proprio vivendo e testimoniando oggi in modo tanto intenso e luminoso quest’unica cosa veramente decisiva – avere lo sguardo e il cuore rivolto a Dio –. Lei, Santità, continua a servire la Chiesa, non smette di contribuire veramente con vigore e sapienza alla sua crescita; e lo fa da quel piccolo monastero Mater Ecclesiae in Vaticano che si rivela in tal modo essere tutt’altro che uno di quegli angolini dimenticati nei quali la cultura dello scarto di oggi tende a relegare le persone quando, con l’età, le loro forze vengono meno. È tutto il contrario. E questo permetta che lo dica con forza il Suo Successore che ha scelto di chiamarsi Francesco! Perché il cammino spirituale di san Francesco iniziò a San Damiano, ma il vero luogo amato, il cuore pulsante dell’Ordine, lì dove lo fondò e dove infine rese la sua vita a Dio fu la Porziuncola, la “piccola porzione”, l’angolino presso la Madre della Chiesa; presso Maria che, per la sua fede così salda e per il suo vivere così interamente dell’amore e nell’amore con il Signore, tutte le generazioni chiameranno beata. Così, la Provvidenza ha voluto che Lei, caro Confratello, giungesse in un luogo per così dire propriamente “francescano”, dal quale promana una tranquillità, una pace, una forza, una fiducia, una maturità, una fede, una dedizione e una fedeltà che mi fanno tanto bene e danno tanta forza a me e a tutta la Chiesa. E mi permetto anche di dire che da Lei viene un sano e gioioso senso dell’umorismo».

La risposta del Papa emerito a Francesco è una straordinaria manifestazione di tenerezza: «La Sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la Sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto».

Di questa vicinanza intima e profonda è segno durevole questo libro, che presenta fianco a fianco le voci a confronto di Benedetto XVI e Papa Francesco su temi cruciali. È un «abbecedario del cristianesimo» per riorientarsi sulla fede, la Chiesa, la famiglia, la preghiera, la verità e la giustizia, la misericordia e l’amore. La consonanza spirituale dei due Pontefici e la diversità del loro stile comunicativo moltiplicano le prospettive e arricchiscono l’esperienza dei lettori: non solo i fedeli ma tutte le persone che, in un’epoca di crisi e incertezza, riconoscono nella Chiesa una voce in grado di parlare ai bisogni e alle aspirazioni dell’uomo.

da avvenire.it

Rispondi