Giornata della Parola

Paolo Curtaz, la Parola fa della Chiesa una «comunità accogliente, composta da peccatori perdonati»

In occasione della Giornata della Parola, è stato il teologo e scrittore Paolo Curtaz a guidare i fedeli verso la figura di Matteo, attraverso il Vangelo che gli è attributito, durante la liturgia della Parola presieduta dal vescovo Domenico

Conclusa la lettura pubblica del Vangelo secondo Matteo, lo svolgimento della Giornata diocesana della Parola, lo scorso sabato, ha avuto seguito in Santa Maria. La Cattedrale, gremita di fedeli, ha infatti visto celebrare liturgia della Parola, presieduta dal vescovo Domenico. Tra le letture selezionate dall’Ufficio liturgico l’episodio evangelico della “chiamata di Matteo” e il commento che ne offre un testo di san Beda il Venerabile. Due testi sui quali è andata poi a svilupparsi la catechesi del teologo e scrittore Paolo Curtaz, che ha sottolineato la capacità di Gesù di vedere la persona e non l’etichetta sociale che gli grava addosso.

Gesù trova l’uomo dove gli altri vedono il pubblicano, l’esattore delle tasse per conto dei romani invasori. Un ruolo odioso, che ne fa per principio un pubblico peccatore, perché Roma aveva l’abitudine di lasciare che la vita nei territori occupati continuasse a scorrere in modo abbastanza indipendente, salvo, per l’appunto, esigere il pagamento delle tasse all’impero. Una funzione solitamente appaltata a «compiacenti collaborazionisti». Uomini che «nascondendosi dietro l’Aquila di Roma non avevano problemi a fare un po’ di cresta». Dunque i pubblicani avevano tre colpe: «quella di collaborare con i romani, quella di fare la cresta e per di più quella di maneggiare il denaro con sopra la faccia dell’imperatore», una sostanziale forma di idolatria che li rendeva «gente inclassificabile, che non godeva di nessuna stima».

Non sappiamo nulla della vita interiore di Levi-Matteo, di come fosse arrivato a svolgere un mestiere così mal visto e così odiato. Sappiamo però che Gesù non vide nulla di tutto questo: «Gesù passa e vede un uomo che sta facendo il suo lavoro, anche se era un pessimo lavoro. Lo chiamò, gli disse: «Seguimi», ed egli si alzò e lo seguì.

L’episodio, ha spiegato Curtaz ai fedeli, ci interroga sulla nostra vita, su «cosa abbiamo visto noi in quello sguardo, quando il Signore è passato nella nostra vita attraverso una persona, un annuncio, un evento, un fatto, un ritiro, una meditazione, una sofferenza… quando abbiamo visto passare su di noi quello sguardo non giudicante, che non chiede nulla: fatti discepolo, non c’è nessun esame da preparare non c’è nessun test da superare».

E una risposta all’interrogativo ci ricollega all’origine della Giornata della Parola, al Giubileo della Misericordia che papa Francesco concluse proprio con la richiesta di dedicare una domenica ogni anno alle Scritture. Perché è lo sguardo della misericordia che permette a Gesù di attraversare i pregiudizi e ritrovare l’uomo Matteo, di leggere il suo cuore e quello di tutti i peccatori che la sera stessa invita a tavola con sé. Una misericordia, nota Curtaz, che il Maestro rende esplicita nella risposta che dà ai farisei che ne contestano la condotta: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori». «A me – ha riconosciuto il teologo – ha sempre commosso l’atteggiamento di Gesù che mai litiga, ma sempre cerca di convincere. Anche davanti a delle accuse paradossali, Dio spiega le sue ragioni. “Misericordia io voglio e non sacrifici”: «non siamo chiamati per merito, Dio ama a prescindere, incondizionatamente», un punto di vista da adottare come categoria di lettura della nostra vita.

Quando Matteo scrive di sé, ha notato Curtaz, commuove. Prende «paro paro il Vangelo di Marco, fa copia-incolla e poi aggiunge tutta la sua storia: quando Marco parla di Matteo, Levi parla di sé ed è come se ormai anziano dicesse: “n’è valsa la pena”».

Ed è questa una lezione che viene dalla Giornata della Parola da confermare in tutte le domeniche in cui si leggeranno i brani del Vangelo di Matteo. Si tratta di «pregarla e capirla, di lasciare che illumini la nostra vita: io sono Matteo, tu sei Matteo, ciascuno di noi è Matteo». Non importa come siamo chiamati a diventare discepoli: nasciamo dall’ascolto di questa Parola, che è una Parola viva ed efficace che tutti dobbiamo davvero prendere in mano e imparare. Per capire cosa vuol dire la Misericordia, per tornare a incrociare quello sguardo, «perché il Signore è l’unico che ci vede come siamo» e riconducendoci alla nostra umanità, sottraendoci alla maschera del ruolo, ci rende Chiesa, «comunità accogliente perché composta da peccatori perdonati».

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