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Padre anche della modernità

“A riveder le stelle. Le molte vite di Dante” di Mario Dal Bello, riassume, in uno spazio ragionevolmente limitato, il percorso umano e culturale del sommo poeta

Ci stiamo avvicinando ad una data importante. Il prossimo anno saranno passati sette secoli dalla scomparsa del padre della nostra letteratura: Dante Alighieri, nato nella sua Firenze tra il maggio e il giugno del 1265 e morto a Ravenna tra il 13 e il 14 settembre del 1321. Firenze sua, certo, per nascita, ma anche matrigna, visto che il poeta dovette subire una condanna all’esilio che dal 1301 è durata tutta una vita, ed anche oltre: le sue ossa non sono mai tornate nel capoluogo toscano. Ed è bene iniziare a parlarne prima che le celebrazioni invadano le pagine dei giornali e gli spazi mediatici, per tentare una pacata riflessione su un personaggio che ha influenzato non solo la letteratura mondiale, ma anche le altre arti. Leggendo, ad esempio, “A riveder le stelle. Le molte vite di Dante” (Città Nuova, 2020, 152 pagine, 15 euro) di Mario Dal Bello, esperto divulgatore interdisciplinare, che ha il pregio di riassumere, in uno spazio ragionevolmente limitato, il percorso umano e culturale del sommo poeta. In questo modo anche gli studenti, non solo dei licei, potranno servirsi di uno spaccato della vita dei comuni al passaggio tra Due e Trecento e capire le relazioni tra l’Alighieri e la cultura, oltre che la politica, di quel tempo. Certo, per fare questo si deve sacrificare qualcosa, come ad esempio il complesso e alla fine assai critico rapporto tra Dante e Guido Cavalcanti, cui fa accenno il sonetto “Io vegno il giorno a te” dello stesso Cavalcanti: le ragioni dell’incrinarsi di quell’amicizia furono sia di natura politica che intellettuale. Ma in ogni caso “A riveder le stelle” offre la possibilità di ripercorrere una dolorosa storia attraverso diversi percorsi: quello della narrazione introdotta da versi, quasi tutti danteschi, della biografia, in modo che il lettore possa avere di fronte a sé un racconto in cui costumi, cultura, politica, fede, amore interagiscono e rendono più vivido un ritratto; vi sono poi il riepilogo sintetico, che riproduce gli eventi e le fonti che li hanno raccontati, una biografia agile e selettiva del poeta e infine una aggiornata bibliografia.

Cosa ne emerge? È confermata l’immagine di un uomo portato all’introversione, talvolta accigliato e soggetto a scatti d’ira, grazie però ad un accurato vaglio e alla citazione delle fonti che ci hanno trasmesso questa immagine. Se è un po’ glissata la storia con Beatrice, che piuttosto che “passione” è stata una idealizzazione assoluta al di fuori di ciò che noi intendiamo comunemente con quel termine, la carriera politica, l’esilio, le innumerevoli tappe del suo errare nelle corti del nord, e forse in Francia, il suo isolarsi dai compagni di sventura, il suo complesso rapporto con le istituzioni ecclesiastiche, la morte sono narrate in modo scorrevole, così da far comprendere le umane ragioni, il dolore dei familiari, l’incomprensione di molti.

Merito del libro è anche aver ripercorso le tappe fondamentali degli studi su Dante, la sua eclissi nel Seicento, ma anche la sua ripresa nell’Ottocento e nel Novecento. Sarebbe difficile capire Eliot senza Dante, e anzi sarebbe arduo pensare alla poesia del “Canto d’amore di Prufrock” o della “Terra desolata” senza la lettura dei versi danteschi. La sua Commedia (“divina”, come nota giustamente Dal Bello è una aggiunta di duecentocinquanta anni dopo) è il punto di riferimento di tutto ciò che ha contribuito a formare la cosiddetta modernità, non solo nella letteratura (mi sembrerebbe impossibile pensare a Borges senza Dante), ma anche nella musica, non solo quella classica, ma in Branduardi, De Andrè e De Gregori, tanto per fare pochissimi esempi, nel cinema, insomma in quello che chiamiamo immaginario collettivo, non solo italiano ed europeo, ma planetario. E di questo dobbiamo essere davvero fieri.

dal Sir

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