Ottobre Missionario

Ottobre missionario straordinario: «La missione nasce se stiamo sulla strada»

La condivisione e la corresponsabilità rendono ciascuno inviato verso l’altro. Celebrata nella parrocchia di Santa Maria Madre della Chiesa la veglia per la giornata mondiale missionaria

Cinque sagome di persone distese su una striscia coi colori dei cinque continenti, davanti alle quali vengono deposte, e poi accese dal vescovo Domenico dopo aver intronizzato il cero pasquale, cinque lampade di altrettanti colori. Il gesto iniziale della veglia missionaria, che ha radunato venerdì sera alcune decine di persone a Santa Maria Madre della Chiesa, inizia con questo gesto evocativo di quella luce che la missione è chiamata a propagare.

Una responsabilità comune: quella di chi nel Battesimo è inviato verso l’altro, come ricorda lo slogan di questo Ottobre missionario straordinario che, nel centenario della Maximum illud, papa Francesco ha voluto indire e che culmina nella Giornata missionaria mondiale che questo momento di preghiera all’antivigilia vuol preparare.

Il valore del Battesimo i convenuti alla veglia nella parrocchiale del quartiere Micioccoli lo esprimono col rinnovo delle promesse battesimali e con il particolare gesto con cui si fa memoria della propria rinascita: dopo la benedizione dell’acqua, tutti sfilavano verso il catino posto dinanzi all’altare e ognuno, attintavi l’acqua benedetta, segna con essa la fronte della persona che lo segue: a voler simboleggiare quella condivisione e quella corresponsabilità che rende ciascuno inviato verso l’altro.

È quanto esorta monsignor Pompili nell’omelia, a commento del brano biblico proclamato: quello degli Atti degli Apostoli in cui il diacono Filippo che è mosso dallo Spirito incontro all’eunuco, saltando sul suo carro, per poi, su richiesta di questi, amministrargli il battesimo.

I tre momenti, dice don Domenico, sono la strada deserta verso cui Filippo è spinto da Filippo, l’incontro con l’eunuco salendo sul carro e poi il loro scendere insieme dal carro per poterlo battezzare: tre tappe che «descrivono la missione, ai nostri giorni divenuta sempre più rara», dice prendendo a esempio il fatto che, dopo tanti anni in cui il clero reatino offrì tre sacerdoti come “fidei donum” in Ecuador, oggi «non vorrebbe in mente a nessuno di partire in missione… Anzi, stando in questi giorni al Sinodo, è interessante sapere come persino nei Paesi dell’America Latina i preti e i religiosi spesso si concentrino nelle grandi città e nessuno vada all’interno, nelle aree dei cosiddetti popoli indigeni. È diventata difficile la missione».

E per richiamare tali significati, monsignore ha voluto rievocare un bellissimo film sul tema: Mission, sulle reducciones gesuitiche sudamericane del Settecento. Un film dove non mancano le scene di violenza. «La violenza è paragonabile alla strada: il punto da cui tutto parte. La missione nasce quando ci avviciniamo alla strada dove c’è la vita, e la vita è fatta anche di violenza, di cose storte: anche nel nostro piccolo, se vogliamo tornare alla missione, dobbiamo stare nella strada, in mezzo alla gente con le sue difficoltà. Gesù stesso all’inizio ha avvicinato poveri, storpi, ciechi, zoppi, vedove, perché chi ha la pancia piena appare come uno che non ha bisogno di nulla».

Secondo punto, «la capacità di saltare sul carro, cioè di mettersi nei panni dell’altro. Nel film Mission il mezzo utilizzato dal protagonista padre Gabriel era la musica, l’oboe, ed era diventato il medium grazie al quale anche i bambini e i ragazzi erano stati progressivamente introdotti nella vita cristiana. La musica significa assumere la lingua, gli interessi, le preoccupazioni, il modo di pensare di quelli verso cui ci muoviamo, e questo ci dice che dobbiamo saper interrogarci sull’altro che incontriamo, perché se non parliamo la stessa lingua diventa difficile potersi incontrare».

E «l’ultima cosa che mi colpiva di quel film, dopo la violenza e la musica, è proprio l’eucaristia», ha detto ancora Pompili in riferimento alla scena conclusiva in cui padre Gabriel, quando l’esercito spagnolo pone fine con le armi all’esperienza delle comunità  che i gesuiti avevano realizzato con gli indigeni Guaranì, affronta il martirio: «la scena in cui si vede lui che cammina e gli sparano addosso mentre sorregge l’ostensorio col Santissimo Sacramento ci ricorda che il cristianesimo è fatto sì di parola, ma anche di gesti concreti, di segni sensibili grazie ai quali la nostra fede si irrobustisce e diventa viva».

Allora, da parte del vescovo, l’invito a chiedere al Signore «che ci aiuti a riprendere un po’ di spirito missionario. Questa preghiera la facciamo innanzitutto per noi, perché siamo gente che si spinge sulla strada, cerca di mettersi nei panni dell’altro, cerca di lasciarsi riempire sostenere dall’altro».

Questo viene poi chiesto nella preghiera silenziosa dinanzi all’Eucaristia che viene esposta: così la veglia – animata dai canti del coro Valle Santa – sfocia nell’adorazione e nella benedizione eucaristica che scende sull’impegno della Chiesa locale a sapersi sempre riconoscere come missionaria.

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