Televisione

Ora le serie tv in streaming vanno in cerca delle famiglie

Da Netflix a Disney Plus ad Amazon Prime la linea è puntare su storie generaliste per conquistare un pubblico più ampio Una svolta verso la televisione di massa

Questo 2021 dal punto di vista dell’entertainment sarà probabilmente ricordato come l’anno decisivo della battaglia fra Netflix, Disney Plus e le altre piattaforme, soprattutto Amazon Prime e Hbo Max, per il posizionamento come fornitrici principali di contenuti televisivi per centinaia di milioni di famiglie nel mondo. Se Netflix sta andando molto bene (ha appena raggiunto i 200 milioni di abbonati), l’affermazione di Disney Plus è stata sinora assai superiore alle attese. Disney si era prefissata di raggiungere i 90 milioni di abbonati nel 2024, ma già a dicembre 2020, a poco più di un anno dal lancio, ne aveva raggiunti 86. E la cosa interessante è che, tanto per Disney quanto per Netflix, a trainare i consumi e gli abbonamenti sono prodotti molto classici e popolari, quelli che in gergo si definiscono ‘larghi’. Dopo almeno un paio di decenni in cui l’industria televisiva hollywoodiana era andata a cercare prodotti di nicchia, fortemente caratterizzati, di cui si potesse discutere, magari destinati a pubblici ridotti – per la violenza estrema (come «Spartacus»), il sesso esibito (come «Masters of Sex») o per il livello di sofisticazione narrativa (come «Mad Men» o «The Wirw») –, la sensazione è che almeno questi due giganti cerchino in questa fase soprattutto prodotti che potremmo definire mainstream, cioè di largo consumo.

In questi mesi il grande successo di DisneyPlus è stato dettato dalle due stagioni di «The Mandalorian», la prima serie live action che espande il mondo narrativo di «Guerre stellari»: alcuni osservatori dicono che questo titolo da solo ha attratto buona parte degli abbonamenti. Si tratta di una serie molto classica e particolarmente riuscita, sia nello stile che nei contenuti, che eredita alcuni tratti del cinema western e presenta un eroe con cui si può empatizzare facilmente. L’impegno produttivo (quasi 15 milioni di dollari a puntata) è stato ampiamente ripagato dalla gioia di vecchi e nuovi fan. La ‘carica’ di Disney Plus in questo 2021 e negli anni a venire è destinata e divenire impressionante: sono infatti in progetto dieci serie ispirate a «Star Wars», altrettante all’universo Marvel e quindici nuove serie animate targate Disney, di cui tre prodotte dalla Pixar. Nel febbraio 2021 inoltre partirà la programmazione di Star, con l’offerta di contenuti riservati a un pubblico più adulto, che potrà accogliere film per una platea più generalista e non solo ‘family friendly’, come «Alien» o «La forma dell’acqua», e serie diverse dalle classiche Disney.

Ma anche Netflix, fra i suoi contenuti più visti, ha registrato serie che sono molto ‘mainstream’: i due successi di fine 2020 sono infatti «La regina degli scacchi » e «Bridgerton», e il 2021 ha aperto con il grandissimo successo del francese «Lupin ». La prima è la miniserie più vista del 2020 su Netflix, con 62 milioni di spettatori nel mondo. È una storia apparentemente non ‘facile’: una ragazzina orfana estremamente dotata per gli scacchi che deve farsi strada nella vita imparando a gestire il suo talento. Ma il fascino del personaggio, la nitidezza della scrittura di Scott Frank (sceneggiatore dalla solidissima carriera hollywoodiana, che aveva lavorato per Sydney Pollack, Steven Spielberg e molti film di serie A), l’inserimento di temi forti come l’uso di psicofarmaci, il conflitto di una giovane donna in un mondo total- mente maschile, il contesto storico della guerra fredda, ne hanno fatto una serie che ha avuto un eccellente passaparola, fino a diventare un fenomeno mondiale. Ci sembra che abbia molto contato (come ben evidenzia la recensione sul sito www.orientaserie. it, a cui rimandiamo anche per le altre serie qui citate) il finale positivo e pieno di speranza che dà il senso del compimento di un percorso e della maturazione della protagonista, che non si trova più sola. Un finale che ha fatto probabilmente da volano alla serie, che in poche settimane ha conquistato ascolti su ascolti. Per questa apertura alla speranza, nonostante la crudezza di alcune situazioni (sempre però trattate con eleganti ellissi nella messa in scena), il ‘sapore’ è molto diverso dall’amarezza di tanta Tv ‘cable’ americana a cui ci eravamo abituati.

«Bridgerton» invece rimanda al mondo intriso di soap opera che è caratteristico della visione di Shonda Rhimes, autrice di serie molto popolari per la televisione in chiaro, una su tutte la superlongeva «Grey’s Anatomy»: la Rhines era stata messa sotto contratto da Netflix poco più di due anni fa, e stando al numero di spettatori il suo primo colpo è andato a segno: storie d’amore di inizio Ottocento, ma in salsa super-pop e condite da molte scene di sesso su cui una Jane Austen avrebbe avuto sicuramente da ridire… Una serie di cui si è invece parlato poco, ma che ha raggiunto grandissimi numeri su Netflix, è un altro prodotto ‘familiare’, stavolta incentrato sul tema della paternità e sui buoni-cattivi mentori. Si tratta di «Cobra Kai», la serie che rilancia personaggi conosciuti nei celebri film di «Karate Kid», capace di raggiungere record di streaming come prodotto originale Youtube e che ora Netflix ha fatto sua, raggiungendo numeri altissimi. Questa tendenza è stata appena confermata dai numeri altissimi (70 milioni nei primi giorni) della serie «Lupin » con Omar Sy, prodotto brillante e davvero per tutti.

Un importante cambio di management a Netflix fra settembre e ottobre 2020 (l’indiana Bela Bajaria è ora a capo dei contenuti televisivi mentre sono cambiati una decina di manager suoi subalterni) fa pensare che la nuova linea che stiamo osservando sarà probabilmente maggioritaria nei prossimi anni. Ma in questa battaglia fra giganti, la televisione ‘tradizionale’ – almeno da noi – sta ancora tenendo molto bene. Segnali incoraggianti sono il notevolissimo successo di pubblico (e per una volta anche di critica) della serie «Doc. Nelle tue mani», in onda sulla Rai, che nel 2020 ha ottenuto una media di 8 milioni di spettatori chiudendo a 8 milioni e mezzo, numeri impensabili prima che andasse in onda, tanto più significativi se si considera che, mentre per Netflix si conta anche chi vede solo due minuti di un prodotto, in questo caso si tratta di ascoltatori medi, (viene cioè calcolato uno spettatore quando si totalizza la visione intera del film).


Dopo un paio di decenni in cui l’industria hollywoodiana era andata a cercare prodotti di nicchia puntando su violenza estrema, sesso esibito o sofisticazione narrativa, oggi avanzano prodotti di largo consumo Le scelte che stanno caratterizzando questi mesi saranno probabilmente maggioritarie nei prossimi anni


​In questo inizio di gennaio «Doc» – di cui si sta preparando un remake negli Usa – ha conquistato il pubblico anche in Fran- cia: dal 6 gennaio va in onda su Tf1 e la prima puntata ha vinto la serata con più di 4,4 milioni di spettatori. Un altro bel successo per l’industria italiana, e in particolare per la Lux Vide, che ha prodotto la serie, e che era anche riuscita a far arrivare la serie «Diavoli» (storia sul mondo della finanza, prodotta con Sky) sul canale generalista americano in chiaro The CW. Un altro grande risultato di cui non abbiamo memoria per serie nostrane. La Lux Vide ha ora in arrivo su RaiUno il suo «Leonardo», coprodotto con Sony, serie che si innesta sulla scia della rilettura del Rinascimento già iniziata con le tre stagioni di «Medici». Ma non basta. È di questo inizio anno un altro successo ‘mainstream’ della Lux vide con «Che Dio ci aiuti» (la sesta stagione ha debuttato con più di sei milioni di spettatori e il 24,5% di share) e quello di «Mina Settembre» prodotto dalla IIF di Lucisano. Un ulteriore segnale importante per i canali generalisti arriva dal successo del tv movie su Chiara Lubich trasmesso dalla Rai: anche in questo caso un racconto molto classico ma con la capacità di andare alla sorgente di un carisma importante come quello della fondatrice dei Focolarini e di raccontare con semplicità e intensità la voglia di vivere il Vangelo.

Prodotto da Eliseo Multimedia, il film tv ha raccolto una significativa risposta dal pubblico in termini di numeri (più di 5,6 milioni di spettatori) e di interesse. Un segno che è sempre viva e ben accolta la tradizione della nostra televisione di raccontare le vicende del Paese e delle sue radici, una caratteristica che è in particolare della fiction Rai, ma che fino a una decina di anni fa vedeva protagonista anche Mediaset, capace di produzioni di grande respiro come «Paolo Borsellino», «Karol», «Padre Pio». Una tradizione che passa attraverso la narrazione di figure rilevanti della nostra storia recente (religiose, civili o anche del mondo delle arti) ma che raccoglie ancora successi parlando di fede al grande pubblico. Chi dunque dava la televisione ‘di massa’ per morta può mettersi comodo e aspettare ancora a lungo, mentre chi lo diceva del prodotto ‘generalista’ ha proprio sbagliato previsione.

da avvenire.it

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