Omicidi a Napoli: don Palmese (diocesi), “non arrendersi alla rassegnazione”. “Necessario l’impegno di tutti”

Sette ammazzamenti in dieci giorni. È l'ultimo record negativo che si è registrato nel capoluogo partenopeo e provincia. Ad Afragola, dove è avvenuto il primo e l'ultimo, c'è "un clima di attesa" per una "nuova faida", spiega il decano, don Massimo Vellutino. Il vicario episcopale per il settore carità e giustizia, don Tonino Palmese, mette in guardia: "Se si guarda come la gente vive nella quotidianità, ci si accorge che i nostri territori sono invasi da una popolazione che non si è confrontata con lo 'stare bene', garantito nello studio, nel lavoro e in abitazioni dignitose. In questo humus attecchisce la criminalità organizzata"

Napoli si ritinge di rosso. Il colore del sangue. Con l’omicidio di Remigio Sciarra, 52enne ucciso, sabato 3 giugno, a bordo della sua auto nella quale viaggiavano anche la moglie e il figlio, è salito a 7 il numero degli ammazzati a Napoli e provincia in 10 giorni. L’ombra di una nuova faida di camorra preoccupa. Il 25 maggio il primo omicidio, ad Afragola: vittima Salvatore Caputo, 72 anni, già noto alle forze dell’ordine. Poi ancora, sono stati assassinati a Giugliano in Campania padre e figlio, Vincenzo ed Emanuele Staterini, nel centro di Napoli, Carmine Picale, a Miano, Carlo Nappello e il nipote 23enne, con il quale condivideva nome e cognome.

“Ad Afragola – dice al Sir il decano, don Massimo Vellutino – si respira un clima di attesa. Dopo il primo omicidio, la gente si aspetta che inizi una faida. Caputo, infatti, era un uomo di spicco della criminalità, che secondo la gente manteneva degli equilibri che ora sarebbero saltati”.
Ad Afragola, spiega il sacerdote, “la camorra è sempre stata di un certo livello, per cui finora ha sempre evitato di attirare l’attenzione delle forze dell’ordine per operare indisturbata”. A don Tonino Palmese, vicario episcopale per il settore carità e giustizia della diocesi di Napoli, chiediamo di raccontarci qual è la situazione che si vive nel napoletano.

Don Tonino, la camorra di nuovo colpisce per strada?

Sottolineo due dimensioni. Da una parte, la camorra è diventata un business difficile da definire e controllare. Dall’altra parte, c’è uno zoccolo duro che è fatto di criminalità da controllo di strada, quindi da clan, che si presentano in maniera “tribale”.

Questi sette omicidi sono collegati tra loro?

Non credo, ma

c’è una ripresa della criminalità organizzata che si permette di agire in maniera abbastanza indisturbata perché considera suo il territorio.
C’è un atteggiamento di sicurezza rispetto all’impossibilità da parte delle forze dell’ordine di poter controllare il territorio in modo capillare; allo stesso tempo, si manda un segnale a tutti, cittadini e forze dell’ordine: i clan ci sono e possono agire come vogliono.

Per gli omicidi di Afragola è al vaglio degli inquirenti la possibilità che ci sia un legame con la nuova stazione della Tav, la cosiddetta Porta del Sud, che sarà inaugurata il 6 giugno…

Non saprei, anche se dove ci sono affari la camorra c’è o tenta di esserci nella maniera più forte possibile.

Perché dopo tanti anni di lotta alla camorra non si riesce ancora a bonificare il territorio?

Se si guarda come la gente vive nella quotidianità, ci si accorge che i nostri territori sono invasi da una popolazione che non si è confrontata con lo “stare bene”, garantito nello studio, nel lavoro e in abitazioni dignitose. In questo humus attecchisce la camorra.
Domenica, andando a celebrare Messa a Chiaiano, ho incrociato diverse auto zeppe fino all’inverosimile di bambini che andavano al mare. Questa scena mi ha impressionato sia per il modo poco sicuro con cui questi bambini venivano portati al mare, sia per il futuro di questi piccoli che un giorno penseranno di poter infrangere qualsiasi regola, di essere al di fuori della legalità.

L’ultimo omicidio è avvenuto davanti al figlio della vittima: è una escalation della violenza?

No, è quella dimensione della camorra che io definisco tribale perché quando decide di fare una cosa, la fa e basta.

Non c’è stata mai una stagione di rispetto per i bambini.

Nel lungo elenco delle vittime innocenti di camorra ci sono molti bambini. Nelle faide, poi, i più piccoli sono un obiettivo facile.

Ma per Napoli, allora, è una battaglia persa?

Il problema è che facciamo sempre bonifiche a macchia di leopardo. Mi rendo conto che non c’è una bacchetta magica, però auspico che la bonifica cammini di pari passo a livello culturale, economico e civile. Sono tantissime, oggi, le famiglie convinte di potersi “arrangiare” a qualsiasi livello. E “arrangiarsi”, nella classifica del crimine, va da uno a dieci. Uno equivale a camminare in dieci in un’auto, senza revisione e assicurazione. Dieci significa avere la consapevolezza che il territorio è un luogo da spremere perché così ci si arricchisce. In questa situazione, cosa viene prima? Togliere quei dieci bambini dall’auto per permettere di andare al mare in modo sicuro e anche autentico dal punto di vista pedagogico o togliere la patente a quella signora che li accompagna? C’è questo dilemma che non significa mancanza di risposte, ma mancanza di progetti che possono determinare un ravvedimento delle persone.

Chi dovrebbe operare per un cambiamento reale?

Tutti. Sono convinto che c’è una buona parte della città che è stata persa di vista e non ha futuro se non quello dello stare male e del far stare male. Ad esempio, ci sono tanti bei progetti di recupero, anche culturale, del quartiere della Sanità, ma al tempo stesso nel rione De Gasperi a Ponticelli si continua a vivere in condizioni subumane.

E la Chiesa?

Fa quello che può.

Tutti dobbiamo fare di più e individuare strategie per fare di più e meglio.
Non c’è alcuno che può dormire sonni tranquilli sotto questo aspetto. La mia grande preoccupazione è che siamo sempre più davanti a una rassegnazione diffusa, dove la domanda è sempre la stessa: vale la pena impegnarsi per Napoli? E le risposte sono due: sì, ma è difficile; no, perché è inutile. Ma chi crede non può arrendersi alla rassegnazione. Resta la fede che ci permettere di credere che le cose cambieranno. Ovviamente, bisogna far sì che le persone riportino la questione di Dio come primato della loro vita.

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